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Cacciatore di Teste

Le Couperet - 2h 02'

Regia: Costantin Costa-Gavras



Immaginate case con giardino in periferie residenziali, un luogo dove il postino arriva in bicicletta con aria svagata come in gita, immaginate una vita tranquilla, benestante, una professione competitiva, insomma immaginate di aver raggiunto un livello di vita che vi rassicura circa il futuro, che fa dire a voi stessi "ecco, ci sono".
Quelli di voi che questa vita la vivono già senza aver raggiunto un particolare livello di preoccupazioni per la conservazione del proprio status potrebbero trovare il film di Gavras un film dell'orrore. Quelli di voi che vivono questa vita ma sono in una condizione bordeline o addirittura sono nell'occhio del ciclone... beh, vi prego di riflettere bene, ma molto bene, prima di sentirsi troppo partecipi con il protagonista. Ovvio che coloro i quali sono lontano anni luce da questa vita di agi sono in tal caso dei privilegiati, poiché non essendo avvezzi a certe cadute libere potranno assistere alla vicenda di Bruno Davert con il distacco tipico degli esperti in sopravvivenza.
Non che Cacciatore di Teste ci dica poi delle novità. Sappiamo che la crisi economica mondiale ha centrifugato la diversificazione sociale "dislocando" le competenze in materia di precarietà e disoccupazione, risorsa comune che ci rende più vicini ma anche più disperati e circospetti, sappiamo persino da tempo - o almeno alcuni se lo spiegano - che i motivi della débacle della società odierna siedono sereni e soddisfatti su poltrone in pelle "umana" consapevoli di essere pochi ma "giusti", di certo Gavras - grazie alle sue competenze che riesce ancora a utilizzare - è riuscito a porre la questione inducendoci persino a riderne, a volgere il dramma in grottesco e quindi restituendoci la storia conclusa amara quanto basta.

La vicenda di Bruno Davert inizia per stanchezza, inizia capendo che allo stato attuale i nemici da eliminare sono troppo lontani per le proprie risorse individuandone altri, alla sua portata, uomini come lui, ossia i suoi possibili concorrenti per il primo posto dirigenziale libero. Bruno ha un piano, diremmo scientifico - per compierlo usa una vecchia pistola in dotazione alle SS conservata tra i cimeli paterni - , spietato, scevro dai rimorsi di coscienza, un piano che impone di non conoscere intimamente la vittima con il rischio di provare simpatia, compartecipazione. Dichiarata la guerra, Bruno sperimenta gli effetti collaterali - quando si uccide succede che sul campo di battaglia muoia qualche innocente -, la freddezza acquisita dopo una profonda crisi, l'importanza della fortuna, persino la velocità scevra da ogni riflessione morale fondamentale per risolvere i problemi più complessi. C'è un'altra cosa che Bruno capisce, una volta raggiunto il suo scopo, una volta prese persino le abitudini della sua ultima illustre vittima, Bruno comprende che esistono altri cacciatori di teste, altri Bruno Davert.
La vita di tutti come uno spregiudicato e surreale noir, ecco quello che verrebbe da dire, se non fosse che ad essere spregiudicata e surreale è già di per se la realtà che sussiste alla storia e di cui Gavras ha nutrito il suo film, con quell'apparente semplicità tipica del filmaker di lunga e consolidata esperienza. Ed ecco che alla struttura centrale del film, si intreccia l'antico tema dei padri e dei figli - la pistola del padre reduce della seconda guerra mondiale serve a Bruno per assassinare i suoi rivali, situazione che permette di rendere Bruno all'altezza di affrontare l'arresto del figlio che a sua volta è divenuto, nonostante sia il classico bravo ragazzo, un ladro, quindi un fuorilegge - stavolta inteso non come rapporto conflittuale ma quale sostegno, aiuto in caso di necessità, sia esso indiretto (il padre di Bruno e Bruno) che diretto (Bruno e il figlio adolescente); padri e figli, madri e figlie, che superano le avversità di un mondo impazzito solo riuscendo a mantenere il proprio microcosmo. Il tutti contro tutti sembra necessitare del noi contro di voi per riuscire nella unica vera mission necessaria, la propria esistenza.

© 2006 reVision, Emanuela Liverani