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The Burning Plain - Il Confine della SolitudineThe Burning Plain - 1h 46'
Regia: Guillermo Arriaga Quello di Charlize Theron, ex modella convertitasi al cinema, è un corpo lussuoso e
mutante più di attrice che di diva. Un corpo che si espone, film dopo film, con inquietato pudore in relazione ai ruoli che
interpreta, non nascondendo stimmate e deformazioni, morbidezze ed asprezze, evidenziandosi come vissuto, riflesso del privato
doloroso che Charlize ha attraversato per via di un’imbarazzante e dolorosa vicenda familiare (il padre abusava di lei e per
questo la madre lo ha ucciso).L’abbiamo ammirata a sufficienza quando ha mostrato i segni fisici (in Monster) e psichici (in North Country) di alcuni suoi personaggi alla deriva. In questo The Burning Plain la scopriamo, ad un certo punto, nuda alla finestra, incurante di ogni scandalo, ad esibire le cicatrici di ferite che lei stessa s’infligge sulle cosce, come sfogo della propria radicata nevrosi. Si lascia guardare, preda di un’afasia inquietante, come un seducente punto interrogativo incarnatosi nella morbida sinuosità di un profilo femminile. Ma chi può riuscire davvero a percepire il calore del suo fuoco interiore che cova sulle braci mai spente di un passato traumatico e pericoloso? Il racconto che il messicano Guillermo Arriaga (lo scrittore del trittico di Iñarritu composto da Amores Perros, 21 Grammi, Babel e di Le Tre Sepolture di Tommy Lee Jones) ha sceneggiato, passando per la prima volta dietro la macchina da presa, è innanzi tutto l’esplorazione analitica di un paesaggio. In italiano il sottotitolo recita Il Confine della Solitudine, con la solita enfasi degli adattatori, alludendo però al trasparente diagramma di flussi emotivi che il film sa mettere in relazione alle recondite coordinate di un orizzonte concretamente agitato. L’elegante ristorante dove lavora Sylvia, il personaggio della Theron, è situato in cima ad una scogliera aperta alle intemperie
stagionali, a Portland nell’Oregon. E’ un luogo degno della furia narrativa dell’Emily Bronte autrice di quel suo unico, immortale
capolavoro che rimane "Cime tempestose", il teatro ideale di ogni smarrimento nell’attesa perenne dello scioglimento di intricati
nodi esistenziali, proiettati su un presente che assume l’aspetto fantasmatico di futuri cul de sac dell’anima. Dunque, Sylvia
la caposala s’inscrive agilmente nelle ombrosità di questa geografia frastagliata, corteggiando il vuoto del precipizio, elaborando
un sordo rancore installato dentro di lei da una dolorosa esperienza, con lo sguardo rivolto sempre ad un oltre indistinto,
mentre nel suo quotidiano c’è spazio solamente per l’amore fisico (ma il cuoco John, interpretato da John Corbett, con cui ella
divide il letto, coltiva nei suoi confronti una passione sincera).Fin dalle prime sequenze, notiamo che un misterioso e silente individuo la osserva. E progressivamente si materializza il ricordo, affiora l’immagine della pianura che "scotta" (burning), e scotta talmente da arrivare ad ustionare la coscienza. Scopriamo la vicenda passata, ambientata nel Nuovo Messico, della casalinga Gina, sposata con quattro figli, a cui offre la maschera palpitante Kim Basinger (altra diva/attrice coraggiosa) che non esita a mostrare la propria bellezza splendidamente frustrata. La donna ha lottato contro un cancro al seno e ora si consola, alle spalle del marito, tra le braccia teneramente virili di Nick Martinez (Joaquim De Almeida), un uomo che, durante incontri clandestini che hanno per crocevia una strada polverosa, riesce a donarle l’appagamento necessario. Nel frattempo la primogenita di Gina, Mariana (incarnata da Jennifer Lawrence, attrice assai incisiva che, al festival di Venezia, si è aggiudicata il premio "Marcello Mastroianni" dedicato alle emergenti), vive, con i palpiti della neofita, la propria relazione con Santiago (JD Pardo), uno dei due figli di Nick, e questo mentre incombono drammatici risvolti provocati da antichi ed irredimibili dissidi. In questa trama che prevede continui sconfinamenti e digressioni, sono le colpe originarie ad ordire l’intreccio stesso degli eventi, con una sintesi drammaturgica che ricorda i "burning places" shakespiriani, ed in particolare quelli che mescolano tragedia e commedia nel mito dei due giovani amanti di Verona, il cui destino è sconvolto dal lacerante dissidio dei Capuleti e dei Montecchi. Non aggiungiamo di più per non sfregiare la sorpresa degli spettatori chiamati a confrontarsi con gli svariati livelli temporali e sensoriali di storie distribuite nel "tempo lungo" di una redenzione continuamente annunciata. Di esplosioni reali il film ce ne mostra almeno due: quella di un camper che prende fuoco in una pianura desertica e quella, in un altra dimensione spazio–temporale, di un aereo, impegnato in un’operazione di bonifica agricola, che si schianta in un ambrato campo di sorgo provocando la sconvolta reazione di Maria (Tessa Ia), una bambina orfana di madre che si precipita a soccorrere il padre rimasto gravemente ferito nell’incidente. Arriaga sa come far risaltare, unitamente alle altri presenze, il loro aplomb simbolico, nel suo film argutamente ritagliato
e asciuttamente girato che narra di desideri di espiazione e di macerazioni coltivate con strazio, identificando i personaggi
attraverso gli elementi primari della Natura, come se fossero escrescenze del mito di antichi paradigmi tragici: Charlize è
in simbiosi con gli agitati flussi marini mentre Kim è puramente e semplicemente ctonia, la piccola Maria sembra impastata
d’aria e i due adolescenti Mariana e Santiago siglano nel fuoco le loro istintive accensioni amorose.Il film ci parla sia dell’amore offeso (Gina è una donna sessualmente respinta dal marito per via della menomazione subita come conseguenza del male che l’ha colpita), sia di quello sospeso che lega genitori e figli nella colpa originaria da rintracciare. The Burning Plain ricorda, per la sua densità e le sue tonalità nordiche (magistralmente colte nella contrastata fotografia di Robert Elswit), alcune prove del primo Bergman. Gli accenti rarefatti del racconto ed i richiami al mito sono ben sostenuti dalla colonna sonora originale di Omar Rodriguez Lopez e Hans Zimmer. Esponendo, senza svelarlo completamente, il mistero di questi corpi e di queste interiorità che aspirano alla fuga mentre si agitano dentro le loro prigioni, il regista offre una splendida opportunità alle sue attrici invischiandole nella rete di uno psicodramma che aggancia criticamente le tematiche classiche del mélo dispiegandole lungo un sentiero narrativo dove i cerchi aperti della memoria e del dolore non si chiudono mai completamente. Come nella vita, con tutte le sue estati e tutti i suoi inverni. © 2008 reVision, Francesco Puma |
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