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Burn After Reading - A Prova di SpiaBurn After Reading - 1h 35'
Regia: Joel e Ethan Coen Nel ricordare lo straordinario talento di Paul Newman, uno degli ultimi astri del firmamento
hollywoodiano recentemente scomparso, in pochi hanno sottolineato la duttile ed intelligente ironia con la quale egli seppe
accostarsi ai ruoli da commedia (caratteristica che lo distingue da altri "metodisti" dell’Actors Studio). Occasione preziosa
fu per lui la partecipazione a Mister Hula Hoop, singolare e prorompente irruzione dei fratelli Coen nel territorio della
commedia morale che fu di Frank Capra. Abbiamo imparato ad amare il cinema dei fratelli terribili del made in Usa contemporaneo,
la loro capacità di rivisitazione critica dei generi classici, il loro stile votato all’astrazione ed al paradosso, l’umorismo
rappreso e feroce delle loro storie. Così abbiamo interpretato Il Grande Lebowski, complesso intrigo affollato di personaggi
memorabili (basti ricordare quello esilarante di John Turturro), come una rilettura ioneschiana de Il Grande Sonno di
Hawks; o Prima Ti Sposo, Poi Ti Rovino come un anamorfico omaggio alle qualità dell’assurdo quotidiano rappresentate dal
ciclo delle screwball comedy degli anni ’30 (con la loro proverbiale velocità di taglio e di dialoghi che le trasformarono in
modello di scrittura non solo cinematografica). La principale dote dei Coen consiste nella capacità di condensare l’immaginario
filmico in forma di moderna riflessione sulla crisi dei sistemi che ci governano tutti, una crisi socioeconomica ma anche morale
e quindi squisitamente politica, di cui si arrivano a svelare i risvolti grotteschi.
Anche in questa loro ultima prova, Burn After Reading, a seguire quella trionfale di Non è un
Paese per Vecchi portatrice di Oscar assai meritati, il punto di partenza sono le contorte nevrosi dei personaggi protagonisti
che appaiono irrimediabilmente avvinti nelle maglie di regole e codici appartenenti al gioco estremamente pericoloso dell’ineffabile
mercato dello spionaggio. Corrodendo e sbeffeggiando oltre ogni misura, i Coen prendono dunque di mira i mascheramenti untuosi
e i sinistri regolamenti di conti del teatrino affaristico che sta dietro gli intrighi internazionali e la fantapolitica affidata
a dirigenti nevropatici come quelli celebrati da solidi psicodrammi stile Sette Giorni a Maggio del grande John Frankenheimer.
In quel film il Capo di Stato Maggiore Burt Lancaster gestiva malamente la propria crisi di mezza età cospirando contro la
strategia distensiva del presidente Usa e veniva poi neutralizzato dal colonnello Kirk Douglas che svelava il complotto ai superiori
della Casa Bianca. In Burn After Reading si assiste ad analoghi crolli nervosi in grado di attivare un letale effetto
domino i cui esiti potrebbero risultare catastrofici, quando l’equivoco spinto alle sue estreme conseguenze genera disastri
esistenziali, sommovimenti istituzionali e persino un imbarazzante cadavere di troppo. E se questo microcosmo occultato, che
sembra autoregolarsi attraverso dogmi demenziali almeno quanto i metodi che li applicano, somigliasse al microcosmo dei governi
dominanti coi loro bravi Stranamore contemporanei pronti a colpire?
Lo scenario è abbastanza inquietante da poterci ancora scherzare su, mettendo alla berlina l’imperante idiozia dei segreti e
delle bugie di "servizi" allo sbando, di un gioco delle parti che prevede il tecnologico controllo di vite comuni e non, in un
crogiolo satellitare a rischio di cortocircuito dove tutti spiano tutti fino a neutralizzarsi vicendevolmente. Così scopriamo
l’analista Osborne Cox (un magnifico John Malkovich), decano di quella C.I.A. intenzionata a licenziarlo senza tanti complimenti,
come egli apprende dai caporioni in una riunione top secret al quartier generale di Arlington. Al poveretto non resta che elaborare
il proprio livore per l’imprevista defenestrazione tracannando alcol e componendo minacciose memorie al registratore. In più,
la sua algida consorte Katie (una Tilda Swinton acutamente autoironica) ha una relazione clandestina in via di definitiva stabilizzazione
(almeno questa è la sua intenzione) con lo sceriffo federale Harry Pfarrer (un George Clooney inebetito e sornione), sciupafemmine
a sua volta maritato. Ad annunziare future, pericolose congiunzioni "noir" sono i personaggi che abitano la periferia di Los
Angeles e ruotano attorno al ben avviato Hardbodies Fitness Centers. C’è Linda Litzke (la bravissima Frances McDormand), dipendente
della palestra col chiodo fisso della propria ricostruzione estetica tramite un troppo costoso intervento di chirurgia plastica
e, in più, disperatamente propensa all’incontro erotico–sentimentale decisivo attraverso la Chat-Line che procura appuntamenti
al parco. E al suo fianco c’è il collega–complice Chad Feldheimer (Brad Pitt), dall’incerta sessualità e praticamente decerebrato,
consumatore di Gatorade e assiduo ruminatore di chewing-gum, la cui stupidità sembra alimentata dall’ossessivo ascolto in cuffia
dell’iPod. Se Chad è per Linda il confidente privilegiato, il direttore della palestra Ted Treffon (un simpatico Richard Jenkins)
è il maturo spasimante continuamente frustrato che, obnubilato dalla passione, asseconda le manovre della coppia fino a cadere
in una trappola per topi. Ai due capita infatti di venire in possesso del memoriale registrato in un cd dallo 007 in pensione
forzata, le cui rivelazioni sull’imbarazzante passato di doppi giochi proibiti potrebbe provocare lo sviluppo di una crisi
internazionale, specialmente quando Linda (avida di denaro utile alle proprie operazioni correttive) decide di farne mercimonio
recandosi all’ambasciata russa.
Così si mette in moto la macchina ammazzacattivi progettata con sagace spirito cinico dai Coen e strutturata col ritmo di una
screwball demenziale che qualche volta sconfina nello slapstick. Quello che emerge, nell’avvicendarsi di squinternati ed imprevedibili
colpi di scena, è la dimensione vacuamente paradossale e comicamente precaria in un cui galleggiano gli improvvisi allarmismi
e le contorte tattiche che sovrintendono azioni e aspirazioni dei balordi dirigenti davanti e dietro le scrivanie dei cosiddetti
poteri forti. Anche se la scherzosa ronde del cd maledetto si mostra capace di provocare tragedie e letali manifestazioni di
pura follia, la filosofia dei Coen sembra ribadire il principio secondo il quale non ci resta che ridere (perché altro non si
può fare). Tutto appare filtrato dalla lente deformante di un umorismo che corteggia la satira, con citazioni che fanno la gioia
dei cinefili (la prospettiva che inquadra i piedi, caratteristica degli spy-movie, durante gli esilaranti dialoghi nel santuario
della C.I.A.), con dialoghi brillanti e taglienti ed una sceneggiatura esemplarmente essenziale. Sociologicamente rilevanti
gli ambienti che illustrano con dovizia un provincialismo dell’anima oltre alla medietà plastificata di una società umiliata
ed umiliante: la palestra, l’appartamento di Osborne/Malkovich, l’ambasciata russa, gli stessi uffici della C.I.A. (dove incontriamo
l’alto funzionario interpretato da J.K. Simmons, uno dei caratteristi più incisivi del cinema Usa), tutti rivelatori di una
mediocrità coatta e di un burocratico grigiore, segno di fatiscenza incombente.Burn After Reading (che in Italia ha per sottotitolo A Prova di Spia, forse a memoria dell’antico A Prova di Errore, film la cui uscita provocò l’exploit del kubrickiano Dottor Stranamore) si avvale della preziosa e screziata fotografia del talentoso Emmanuel Lubezki che imprime il suo magistrale tocco di realismo, e della spiritosa complicità di Clooney e Pitt, antidivi disposti allo sberleffo, capaci di spiazzare il loro pubblico esibendo impudicamente scelte originali attraverso le quali animano il proprio talento (il loro modello sembra proprio essere la caustica ironia di Newman il grande). In questa commedia nera dove tutto funziona come un clockwork "fuori orario", ennesima provocazione intelligente dei Coen che ormai possono concedersi lo spasso di leggiadri esercizi di stile come questi, risalta pure la pungente esibizione della McDormand (peraltro moglie di Joel) capace di mettersi in gioco esibendo seno cadente e sedere adiposo con spiritosa intelligenza. La sua performance è la ciliegina su una torta assai gustosa, con un finale sospeso che sigla un inquietante equivoco di forma e di sostanza, inducendoci all’interrogativo circa il nostro povero mondo che, secondo i Coen, sembra davvero uscito irrimediabilmente dai propri cardini. © 2008 reVision, Francesco Puma |
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