Copertina | News | Forum | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | Links



La recensione dalla 60° Mostra di Venezia
di Elisa Schianchi clicca qui!


Buongiorno, Notte

1h 45'

Regia: Marco Bellocchio



“Noi siamo un sogno dentro un sogno” rivelava Totò-Jago a Ninetto Davoli-Otello in Che Cosa Sono Le Nuvole? di Pasolini, quando per un attimo abbandonano la tragedia che si consuma sul palcoscenico delle marionette e riparano dietro le quinte, esili pupazzi assoggettati a fili indistruttibili. Un sogno dentro un sogno. È la chiave che apre tutte le scatole cinesi di Buongiorno, Notte. L’Italia, e dentro l’Italia il covo dei brigatisti, e dentro il covo Aldo Moro (in quell’oscuro intrico di serrature e intercapedini del quale non viene mai chiarita l’esatta topografia). L’amico della terrorista che scrive una sceneggiatura che ha lo stesso titolo del film in cui entrambi sono immersi. Una vittima che viene giustiziata, ma che forse viene anche graziata, come nei finali alternativi dei miti greci o dei vangeli apocrifi... La psico-politica di Bellocchio rimanda ai paradossi di Borges, alle vertigini delle “Mille e una notte”, a Saturno che divora i figli che poi lo uccideranno, al Minotauro di Creta, il mostro chiuso nel labirinto al quale la società affida in sacrificio i suoi giovani migliori.
Il reazionario Moro è ostaggio delle BR; ma il vero carcere è quello, sfuggente e infinito, che avvolge gli stessi rapitori. Gabbia le cui sbarre sono fondate su un’indistruttibile cultura borghese nutrita di rituali simboli consuetudini, della quale i quattro sovversivi si trovano costretti a percorrere tutti i luoghi deputati: il colloquio con l’affittuario dell’appartamento, i lavori di arredamento, il lenzuolo che cade dal piano di sopra, il bimbo dell’amica “a cui badare solo un minuto”, i ladri notturni, le cene con minestra, vino rosso e segno di croce come in De Sica, i canarini in balcone, i botti di capodanno, fino alla confidenza indiscreta in stile Matarazzo: “Tuo marito ti tradisce”. Quale rivoluzione potrà mai infrangere quest’universo (reale e cinematografico) così ben programmato in ogni dettaglio? Una finzione immensamente più estesa del loro covo, un teatrino nel quale i terroristi si immedesimano come in un’allucinazione, nell’inquietante rischio di dimenticare se stessi e le ragioni che li hanno spinti sin lì.

Borghesia come pianeta alieno. Brigatisti come extraterrestri. Tra i tanti sottili influssi da cui Bellocchio si lascia imbrigliare, anche L’Invasione Degli Ultracorpi di Siegel. È il meraviglioso momento in cui i quattro ascoltano il discorso di Lama che condanna il loro crimine, poi con gli occhi spiritati cominciano a sussurrare una cantilena: “La classe operaia deve dirigere tutto, la classe operaia deve dirigere tutto...” Uno degli slogan storici dell’estrema sinistra, ridotto a nenia horror stile Dario Argento. La stessa sospensione metafisica tinge anche l’apparizione della stella rossa delle BR nell’ascensore del ministero: indimenticabili quelle due porte meccaniche che si fermano ad ogni piano e si schiudono come un sipario, rivelando il loro contenuto agli impiegati in attesa, che fissano per un attimo il fuoricampo dietro la cinepresa e fuggono via atterriti, come dinanzi a un fantasma.
I segni del sovversivismo terrorizzano l’uomo comune; simmetricamente, l’oggettistica borghese (anelli nuziali, ferri da stiro, ferri per cucire...) circonda e assorbe ogni gesto della banda, e dunque ogni loro idea. E l’altare di questa religione invisibile si materializza nel loro salotto: dall’alba al tramonto, la televisione domina lo spazio fisico dell’appartamento con le voci lontane, sempre presenti di Enrico Montesano, Raffaella Carrà, dei mezzibusti storici dei telegiornali, tra i quali spunta (per fortuna solo fuori campo) anche Emilio Fede. Un Grande Fratello sempre vigile, pronto a darci il buongiorno anche di notte, in un antro di mentecatti che cedono volentieri al sonno e alle scappatelle sentimentali. Davvero il 1978 sarà l’anno prima della rivoluzione, ma non di quella che i brigatisti vaticinano: gli ’80 saranno piuttosto gli anni della rivoluzione catodica, della trasmissione come flusso ininterrotto senza capo né coda, dove la prima vittima illustre sarà la famosa sigla “Fine delle trasmissioni” (che Bellocchio omaggia come un’icona del modernariato). Nei loro 55 giorni di auto-reclusione, i quattro rapitori esperiscono come inconsapevoli cavie da laboratorio quella simbiosi di vita e televisione, di tele-vita, che pochi anni dopo il regime saprà espandere su larga scala, e nella quale oggi tutti noi siamo prigionieri, senza nemmeno rendercene conto (per questo Matrix è uno dei testi fondamentali del nostro tempo). Come in un saggio scientifico, Bellocchio isola alla perfezione questo irreversibile balzo evolutivo della nostra era: da liberi cittadini a videodipendenti. E in un paese dove il padrone delle televisioni è anche capo del Governo, tale dato non ha nulla di marginale.

Proprio come in uno zapping impazzito, l’ultimo domicilio conosciuto di Moro sanguina storia, gronda di immagini/suoni del passato al pari dell’Overlook Hotel di Shining (che il minotauro Kubrick stava scrivendo proprio in quei mesi): i partigiani annegati di Paisà, i cinegiornali della propaganda stalinista, i farraginosi filmati della Tv anni ’70, le lettere dei condannati a morte dai nazisti, il 1978 musicale, con i jingle pubblicitari, gli accordi esoterico-futuristi dei Pink Floyd, i cori della Resistenza, Schubert, la Marcia Trionfale dell’Aida, il Can-Can di Offenbach (acre parallelo: i ‘70 come neo-Belle Epoque?). Un caos di reperti audiovisivi che affiorano casualmente come frammenti di un relitto dopo il naufragio della nostra civiltà. Nei suoi balzi “illogici” e nei suoi imprevedibili cambi di registro (o di canale), Buongiorno, Notte vuol anche essere una triste parodia della televisione.
C’è però chi da questa Memoria volle chiamarsi fuori. Lo ricorda Bellocchio nella cattivissima sequenza della seduta spiritica per individuare il covo delle BR (altro mistero buffo all’italiana: un’inverosimile messinscena di un gruppo di professori bolognesi – tra cui Romano Prodi – per coprire una reale soffiata di una sezione BR dell’Emilia). Ma il contatto medianico con un improbabile Beato Bernardo (Bertolucci!) offre un’unica irritante risposta: “La luna”, il film che l’amico/rivale di Parma stava girando nel ’78... Tale sarcasmo acido è la scrittura tipica dell’intellettuale che ha sofferto troppo e che negli ultimi anni ha dovuto ricostruire se stesso, per non vedersi sorpassato dal mondo. Un salutare eccesso di livore che porta Bellocchio a raccontare una società sconvolta dal “pericolo rosso” attraverso uno stile ironicamente “sovietico”, che rievoca più volte il montaggio delle attrazioni di Ejzenstejn. La Tv annuncia il rapimento di Moro, Maya Sansa salta sul divano strillando di gioia, cambia canale, e sullo schermo appaiono dei pupi siciliani in duello: ancora un teatrino. I brigatisti estraggono da una cassa di legno il corpo addormentato di Moro; l’immagine successiva mostra un bimbo abbandonato sul divano. Luigi Lo Cascio getta via con disdegno le carte dell’onorevole dalla scrivania, sotto gli occhi dei suoi accoliti; poche scene più tardi, Papa Paolo VI compirà lo stesso identico gesto, attorniato da un presepe felliniano di suorine e prelati. Quale differenza tra i due capi? (È da questi guizzi di amara satira che Bellocchio si rivela il solo autore in grado di tradurre in pellicola “Il pendolo di Foucault” di Eco, unico grande romanzo sulla società italiana come delirante carnevale tragico.)
Thriller fantapolitico, surreale, funereo, Buongiorno, Notte parte da una precisa concezione del mondo per giungere a una precisa concezione del cinema. La Storia d’Italia che veniva fuori da La Meglio Gioventù sembrava la versione di un nonno bonario che narra ai nipotini un sogno fatto da piccolo. La peggio gioventù di Bellocchio sembra invece un incubo da cui (come lo Stephen Dedalus di Joyce) non riusciremo mai a svegliarci.

© 2003 reVision, Dante Albanesi