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Buena Vista Social Club1h 41'Regia: Wim Wenders Quello che il buon Wim ha sempre sognato di fare. Un musical. O meglio, un film dove la
trama musicale si intreccia strettamente con la storia, anzi, ne è il fondamento stesso. Le note fanno parte dello stile di
Wenders, come un portato necessario dell'immagine. La musica è cinema, a modo suo. Ha incontrato Ry Cooder, il compositore
delle atmosfere sospese di Paris, Texas, e lo ha seguito facendo rotta verso Cuba, dove il grande chitarrista ha unito
le sue forze a quelle dei più grandi performers locali, per un album chiamato poi Buena Vista Social Club. Il recupero delle
sonorità tradizionali ha caratterizzato gran parte della carriera di Cooder, sin da quando negli anni'70 arrangiava a modo
suo i grandi classici di Robert Johnson e Leadbelly. L'esotismo cubano non era che una sfida diversa.
Wenders, uscito dal ponderoso (e parzialmente vano) sforzo concettuale degli ultimi lavori, ha ricominciato a fare andare la macchina da presa. Buena Vista Social Club è così, una registrazione dell'evento senza un progetto preciso. L'obiettivo che si deposita sui fatti, e li sa far parlare. Documenta la nascita di un sodalizio artistico, tra uomini che sanno vivere le loro emozioni musicali. Un piccolo saggio sull'amicizia virile che sgorga dal pentagramma. Cattura la magia nascosta di Cuba, senza troppo badare alle spigolature. Restituisce l'emozione del concerto, l'attimo dell'esibizione, l'infinitesimale spazio della creazione. Viaggia e scopre, in primo luogo, attraverso un vuoto rassicurante. Spazi di realtà ritagliati dai contorni della vita. Senza essere nulla di speciale, nulla di palesemente dichiarato, Buena Vista Social Club costruisce mano a mano la sua reputazione. Tanto per rimanere nel genere del "reportage sonoro", ha la partecipazione di Mississipi Blues, di Bertrand Tavernier, senza essere così indagatore, la sensazione di "contatto storico" di Woodstock, senza averne l'epocalità. Un Wenders che si tiene sempre un po' in disparte, a margine, che non racconta in maniera così prepotente come è solito fare, ma lascia raccontare, e suonare. Da questo strano intreccio esce un prodotto veramente "meticcio", come una parte
dei luoghi e della tradizione che rappresenta, un oggetto non antropologico, non sociologico, non semplicemente documentale.
Lo si direbbe quasi involontario, o non intenzionale, se dietro a quella macchina da presa non sapessimo che Wim Wenders ci
sta guardando. Una scelta del tutto antimoderna, quella di fare un film che in nessun modo ammicca al linguaggio contemporaneo
della musica in video. Destinato forse a tediare i più, Buena Vista Social Club rischia di essere classificato come
buon esercizio di stile. Ma è l'occasione per rivedere a tratti il Wenders "fotografo", quello che come nessun altro sa
sollevare la pelle delle cose sulle quali posa l'occhio. Il regista che sa oltrepassare lo strato superficiale, la patina del
mondo, e che troppo spesso trasforma questo magico momento in un'operazione retorica. Questo Buena Vista ce lo restituisce
più terreno, e più vicino. Al cinema.
© 1999 reVision, Riccardo Ventrella |
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