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A Est di Bucarest

A Fost Sau n-a-Fost? - 1h 29'

Regia: Corneliu Porumboiu



Il Natale, si sa, può essere talvolta la più crudele delle feste. Non parliamo, ovviamente, del "nostro" Natale consumistico ed opulento, ricorrenza ormai abbondantemente secolarizzata e ridotta ad un consunto rituale sfigurato da simulacri e da feticci. Ci riferiamo ai tanti 25 dicembre di confine che il cinema ci ha raccontato, spesso esaltandone il retrogusto patetico, per illuminarci sulle contraddizioni della Storia, per dirci delle perenni "nuttate" dei tanti Cupiello travolti dagli eventi di società e civiltà in guerra. I bilanci di fine anno si fanno più amari ed indigesti quando in ballo c’è il destino d’intere comunità. Sedici anni fa, nel fatidico 1989 che vide il crollo dei tanti muri dell’Est, la Romania fu sconvolta dalla propria rivoluzione, liberandosi per sempre del suo dittatore, quel Ceausescu (fuggito prima in elicottero e poi catturato dagli insorti) il cui processo sommario accanto all’arcigna moglie fu ripreso da una videocamera e diffuso dalle televisioni di tutto il mondo (i due furono giustiziati a colpi di mitra davanti ad uno squallido muro di periferia). Era, per l’appunto, il 22 dicembre e il centro della rivolta identificato con la piazza di Timisoara. Su quell’ambiguo, doloroso Natale di liberazione si concentrano le domande del film di Corneliu Porumboiu dall’evocativo titolo, A Est di Bucarest, arrivato nelle sale grazie all’encomiabile Istituto Luce, dopo aver ricevuto la Camera d’or a Cannes, il Premio Label Europa Cinemas 2006 e, da noi, il Gobbo d’oro al Bobbio Film Festival di Marco Bellocchio e il Premio del pubblico al Terra di Siena Film Festival (quello diretto da Carlo Verdone).

Si tratta, diciamolo subito, di un piccolo gioiello, di una commedia permeata di malinconia, splendidamente scritta e recitata. Odierni sommovimenti privati finiscono per coniugarsi alla memoria del grande evento passato: la resa dei conti avviene nella remota cittadina del titolo, il cui freddo, deprimente paesaggio è raccontato con pudore ed acutezza dal regista, nelle prime sequenze di questo apologo sui rituali del tempo (mai) ritrovato. Tre sono i protagonisti, solitari ed esitanti come tutti gli esuli in patria: Piscoci (Mircea Andreascu) è un anziano pensionato che tenta di stemperare il proprio mal di vivere immergendosi nell’atmosfera natalizia travestito da Babbo Natale per comuni esibizioni destinate ai bambini; Manescu (Ion Sapdaru) è un professore di storia intento ad assecondare la propria deriva immerso nell’alcol e nei debiti volutamente procuratisi; Jderescu (Teo Corban) è del trio il più burbero e resistente alla fatidica festività, proprietario di una scalcinata emittente televisiva locale che, ad un certo punto della nostra storia, diventa lo scenario ideale di una speciale terapia di gruppo, giocata sui rigurgiti della memoria. Porumboiu ci trasforma in spettatori mediatici, spostando l’azione nello squallido studio che espone la foto della piazza di Timisoara accanto all’orologio con le lancette congelate sull’ora dei rivoluzionari avvenimenti. Il pensionato e il professore sostengono di essere stati tra coloro i quali scesero a suo tempo in piazza partecipando a quel liberatorio 22 dicembre. Erano davvero lì o si tratta di senile vanagloria? I ricordi personali s’inanellano agli storici eventi, tra telefonate di protesta e di enfatico plauso, tra pause pubblicitarie ed imbarazzanti regressioni infantili con tanto di costruzione di barchette cartacee, tra accesi je accuse e tardive rivendicazioni da ospizio.

La macchina da presa s’identifica con l’occhio della telecamera consentendoci il lusso di goderci degli irresistibili fuori onda che ci raccontano il tragicomico Natale particolare di tre uomini a zonzo in un passato che appartiene a loro quanto al proprio popolo. Ripercorrendo le tappe di ciò che accadde in quella piazza, quasi minuto per minuto, il regista intesse con straordinaria abilità la sua tela di ragno in cui ci ritroviamo prigionieri d’interrogativi decisivi circa l’ondivago divenire della Storia quando questa si coniuga con l’esperienza personale. Il pregio di A Est di Bucarest è di sapere restituirci tutto questo attraverso il miracolo di un cinema esemplarmente tagliente, che sa evitare le trappole della retorica e le sottolineature della metafora grazie allo straordinario equilibrio di una scrittura raffinata (finalmente teatrale in senso buono) capace di evidenziare i moti psicologici di singolari identità comuni. Esserci o non esserci (nella piazza), che importa? L’importante è aver conosciuto l’ansia della rivoluzione, della liberazione dal tiranno, l’importante è aver vissuto con la testa e col cuore quel Natale che non fu un Natale qualsiasi, l’importante è trasformare la Storia in qualcosa che appartiene anche al privato. È un film che, con la sua leggerezza, invita ognuno di noi a guardarsi nel riflesso di specchi molto più larghi del solito: ed è questo il minimalismo che, a cinema, ci piace. Forse sono questi i reality che, nella nostra patinata Tv fatta di reperti trash e di eruzioni populiste, ci piacerebbe vedere.

© 2006 reVision, Francesco Puma