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Brucio Nel Vento1h 58'
Regia: Silvio Soldini "Oggi ricomincio la corsa idiota. Mi alzo alle cinque di mattina, mi lavo, mi faccio la barba, salgo
sull’autobus, chiudo gli occhi, e tutto l’orrore della mia vita presente mi assale."Questa è la vita di Tobias Hovrath, originario di un villaggio dell'est Europa, operaio in una fabbrica d’orologi in Svizzera, appassionato di scrittura, tormentato dal passato e da una figura femminile, Line. I sentimenti nascono per caso, per volontà, per necessità. I sentimenti possono nascere per esperienze diverse, buone o cattive. Chi siamo lo dobbiamo ad essi, chi non siamo lo dobbiamo ad essi. Tobias non è. Non è un operaio, perché ama scrivere sopra ogni cosa; non è Tobias, perché ha cambiato nome - si fa chiamare Dalibor, il nome del padre - dal momento in cui ha lasciato il suo villaggio; non è perché vive solo di un lontano luccichio chiamato Line, una donna forse reale, forse proiezione del suo inconfessato desiderio di essere. Tobias non ha ambizioni, scrive per necessità, scrive con la matita per avere la possibilità di non essere ora e per sempre. Personaggio affascinante, molto ben interpretato dal ceco naturalizzato francese Ivan Franek, dallo sguardo inquieto, sempre perso altrove, alla ricerca di un incontro probabilmente impossibile, Tobias è qualcosa di più di un personaggio, è la personificazione dell’intollerante peso del male di vivere, soprattutto quando la propria esistenza è trascorsa in una costante ricerca della condanna per la vergogna di essere nato povero, figlio di una prostituta e del maestro del villaggio, uomo presente a suo modo e mai rivelatosi come padre, nemmeno allo stesso Tobias. La ricerca di una punizione, o meglio la ferma intenzione di non evolversi come persona, è la motivazione che spinge Tobias ad agire in modo incostante, tutto preso a mantenere il livello esistenziale che lo ha traumatizzato nell’infanzia, periodo infelice, cui egli tenta comunque di aggrapparsi – la casa in cui vive è del tutto simile a quella della madre, quando in realtà il suo lavoro, seppure poco remunerativo, potrebbe offrirgli perlomeno un’abitazione dignitosa. Il dolore, per Tobias, diviene meno insopportabile se è uguale a se stesso, se non ha sbalzi significativi, tranne (r)incontrare Line, colei che darà al suo dolore un significato che lo renda accettabile e lo esimia dall’esorcizzarlo. Line, ossia Caroline, da essere irreale si manifesta nella persona della sua ex compagna di banco, figlia legittima di suo padre, e Line è sogno d’amore – Tobias ama sognare anche da sveglio – e cristallizzazione del suo più alto desiderio: ripercorrere e rivivere da adulto, quindi con l’illusione di sceglierlo e non più subirlo, il suo passato, ma anche farne qualcosa di pulito, di gioioso, qualcosa, l’unica, che può renderlo felice. Da questo desiderio nasce il rapporto incestuoso, che la voce off di Tobias ridimensiona affermando che in fondo è sua sorella solo a metà. Se Pavel e Vera, amici di Tobias suicidatisi per l’impossibilità d’amarsi perché cognati, non sono riusciti a sopravvivere allo scandalo della loro relazione, Tobias e Line superano tale limite – la storia dei faraoni che ritenevano il matrimonio tra fratelli il più felice è un’altra giustificazione – con successo, unendo due solitudini – Line tradita dal marito, e per tradimento intendo non solo la possibile relazione con un’altra donna. Lo possono fare perché il segreto della loro stretta parentela rimarrà tale per gli altri, ossia per quel mondo esterno che giudica, che ferisce, che può uccidere. Partire di nuovo, verso il sole di Spagna, è ancora un ritrovarsi (non fuga, e poi perché, è così negativo fuggire se ci aiuta a vivere come realmente vorremmo?), difendersi dalla parte più intollerabile delle relazioni sociali, quelle che troppo spesso non permettono una rinascita. Soldini, dopo il grande successo non solo italiano di Pane e Tulipani, cambia rotta, forse un ritorno ai primi film,
conservando gli elementi che caratterizzano da sempre il suo stile: profondo lavoro sui personaggi – e conseguente fisicità con cui sono scrutati
-, racconto di un viaggio esistenziale che presuppone anche un altrove fisico, dilatazione dei tempi narrativi, forte attenzione alla fotografia
realizzata ancora dal grande Luca Bigazzi.
Ovvio che uno dei migliori e più seri registi italiani abbia voluto scrollarsi di dosso l’ansia del successo replicato, provocando però una
reazione ansiogena, per così dire, di diverso segno, quella dettata dall’esigenza di rilevare l’avvenuto distacco dal film precedente. Ecco
che alcune caratteristiche del cinema di Soldini si potenziano rallentando eccessivamente l’evoluzione narrativa, in altre parole rischiano
di divenire i difetti di un film, certamente difficile – tratto da Hier, romanzo di Agota Kristof -, sicuramente sopra la media produzione
italiana (l’Albachiara d’altronde ha prodotto alcuni tra i pochissimi buoni film del cinema italiano degli ultimi tempi, oltre a Pane
e Tulipani, Fuori Dal Mondo e Luce Dei Miei Occhi di Piccioni).
L’atmosfera sognante e di duro realismo insieme di Brucio Nel Vento – bellissimo l’episodio dell’infanzia di Tobias, come struggente
è l’atto della scrittura così solitario su un quaderno delle elementari, atto espresso, appunto, con una semplice matita -, ci conduce verso
un finale diverso dall’originale – dove Line torna in patria con il marito e la figlia, Tobias continua la sua vita solitaria e a lavorare
in fabbrica -, un epilogo che, come affermano Soldini e la cosceneggiatrice Doriana Leondeff, intende salvare il protagonista da un’ennesima punizione.
Peccato che Brucio Nel Vento, doppiato in italiano nelle sue parti in ceco, tra l’altro da due bravi attori come Fabrizio Gifuni e Licia
Miglietta, conservi dell’originale solo i dialoghi in francese. Ciò toglie al film, in questo ancor più di altri, parte dell’intenso lavoro del
regista, vanificando la lunga ricerca di attori cechi per dare al film maggiore credibilità.
© 2002 reVision, Emanuela Liverani |
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