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Broken Flowers

1h 46'

Regia: Jim Jarmusch



C’è lo splendido coraggio dell'autarchica visione in Broken Flowers. Per fortuna. Jim Jarmusch è un cineasta indispensabile quando abbandona la parola e succhia l’anima attraverso la composizione scenica. Broken Flowers, road movie, ma soprattutto film sul tempo e sullo spazio, perfettamente in sintonia con Dead Man e Ghost Dog, è angosciante presentimento della Morte, della fine (della vita), sceglie il tragitto impossibile, nelle zone dell’invisibilità. Il ritorno al passato per il protagonista Don Jonhston (ancora un mirabolante Bill Murray, sempre più "lost in translation") è solo fittizio, perché il presente è l’unica dimensione che ha importanza. O meglio, visitare il passato significa non trovare più niente al posto che si crede(va). Perché è la scomparsa la condizione prevalente dello spazio tempo, i paradossi di Zenone, più o meno citati nel dialogo finale. Broken Flowers è un film sul dileguamento di segni non più accessibili, fantasmi, idee, che non si distinguono più dai veri sogni notturni. Per questo Don è disancorato rispetto a tutto ciò che è evoluzione, dinamismo, cambiamento. E perfino di fronte alla sua redditizia attività (di cui però non vediamo niente), Don rivela un singolare ripiego: la tecnologia informatica è lo strumento per guadagnare più dollari, per il resto è inutile, tanto che nell'abitazione Don non tiene alcun computer.

Il viaggio di Don si svolge nel ventre inquietante degli Stati Uniti, tra terribili uniformità e al tempo stesso incredibili dissonanze e differenze. Il ventre pulsante della provincia, dall'attivismo colorato d'esotismo, alle volgarità, al sogno americano. Per accendere tutti gli spunti possibili: il nichilismo benevolo di American Beauty, l'oggettività feroce e cruda di Todd Solondz, l’onirismo del mondo (western) che fu di Wenders (con lo stesso fil rouge, la paternità, e lo stesso corpo d’attrice, Jessica Lange, in Non Bussare alla Mia Porta), l’arroganza demistificata (alla Herzog, nel suo ultimo sublime film, The Wild Blue Yonder) o più semplicemente il cinismo di Payne (A Proposito di Schmidt), negando l’ultima possibilità di romanticismo alla Crowe (Elizabethtown). Sono i desideri pervicaci della Provincia che coincidono con mille storie personali, spesso colpite da incidenti, lutti, rimpianti, segreti, speranze.

"Broken" (rotto) o secondo il titolo provvisorio, "dead", cioè morto. I fiori ed i colori svaniti, come la bellezza della vecchia generazione. Tema non gratuito, visto che l’incontro con due ex fiamme è parimenti accompagnato dalla prorompente avvenenza di due Lolite, di cui una nabokoviana di nome e di fatto, più una fioraia, quasi chapliniana, che medica Don, lo cura, gli confeziona un bouquet augurale: soltanto le giovani generazioni possono sperare con fiducia sul futuro, anche quello altrui.
Don non può ritornare per vedere il futuro, proprio perché è la sua relazione con il presente a fissarlo sull'immutabilità, coincidente con l’invariabile postura e la medesima espressione dolente. La sua ultima donna Sherry non fa che confermare questa tenace costanza. Ma Don è consapevole che il cambiamento può portare anche sgradevoli sorprese: le vite delle sue amanti appaiono solamente folli. Una parla agli animali, un’altra è congelata come una mummia con un marito odioso, un’altra vive selvaggia in una baracca, infine la più "sana", Laura/Sharon Stone, ha qualche problema con la figlia Lolita. Ma tutte quante sono sprofondate nella stessa dolorosa solitudine.
Il cinema di Jarmusch non è intrigante soltanto nelle scelte di sceneggiatura, ma nella cura maniacale degli spazi. Una parte fondamentale hanno le architetture, gli immobili, esterni ed interni immediatamente significanti, il paesaggio delle periferie residenziali, quello naturale e ancora selvatico, mentre il nome "Don John" cioè Don Giovanni, il film di Alexander Korda (La Vita Privata di Don Giovanni), il cartone animato che fa riferimento ad un "boy", non fanno altro che riflettere, senza soluzione di continuità, le sembianze e le impressioni della medesima persona. Il gioco di specchi continua perfino in auto quando la mdp si ostina ad inquadrare lo specchietto laterale retrovisore: ancora una metafora del passato?
Il cinema di Jarmusch lavora sui tempi. La scena in cui marito e moglie sono seduti al tavolo da pranzo col loro ospite è costruita sull'assegnazione dello spazio a ciascun personaggio, dando al protagonista principale la posizione centrale tra gli altri due, in modo che l’attenzione dello spettatore possa concentrarsi sulle sue espressioni. Ma la scena, oltre che disposta in modo geniale, è pure concepita con una magnifica produzione di tempi (morti): immagini-tempo, pause, intervalli, silenzi, più o meno singhiozzanti, brevi o prolungati, interminabili. Sono specifici di un'afasia che è l’unico atteggiamento possibile di fronte alla surrealtà del presente, un presente che non coincide mai col passato, e all’inverosimiglianza del presente, come la lolita che si denuda, il road trip boy che fugge per la deriva preoccupante della mente, al primo accenno di vacillamento, così che le lettere rosa sono più vicine alle videocassette di Caché - Niente da Nascondere. Anche qui ogni cosa permane nascosta, non spiegata, insolubile.

© 2005 reVision, Andrea Caramanna