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Broken Silence

3 x 56'

Regia: Andrzej Wajda, Luis Puenzo, Pavel Chukhraj



Oltre 50.000 testimonianze di sopravvissuti all'Olocausto sono state filmate in tutto il mondo dalla "Survivors of the Shoah Visual History Foundation", creata da Steven Spielberg in seguito al successo di Schindler's List. Da questa enorme mole di materiale, di inestimabile valore storico, sono nati nel '98 Gli Ultimi Giorni di James Moll e nel 2001 i cinque documentari della serie Broken Silence. Tre di questi sono oggi distribuiti in Italia dal Centro Espressioni Cinematografiche di Udine.

Mi Ricordo [Pamietan] di Andrzej Wajda
Un gruppo di persone in marcia fra Auschwitz e Birkenau. È la "Marcia dei vivi", alla quale prendono parte giovani provenienti da tutto il mondo ogni 19 Aprile, anniversario della rivolta del Ghetto di Varsavia, scelto da Israele per celebrare lo "yom ha shoah", il "giorno del ricordo della catastrofe". Wajda, figlio di un ufficiale di cavalleria perito in guerra, utilizza le immagini di questi giovani, i loro volti muti e assorti, per legare assieme le testimonianze di quattro sopravvissuti al ghetto. Spesso l'emergere dell'emozione legata al ricordo obbliga l'anziano testimone a una pausa, nella quale si inserisce il volto di un giovane cui è idealmente consegnata la memoria.

Alcuni Che Vissero [Algunos Que Vivieron] di Luis Puenzo
Le testimonianze dei sopravvissuti all'Olocausto che oggi vivono in Argentina, Cile e Uruguay. Il loro particolare rapporto con la storia della nuova patria. Il paradosso di trovarsi a vivere in quello stesso paese che nel dopoguerra dava ospitalità a tanti dei loro ex carnefici nazisti. La dittatura che negli anni Settanta sembrava far rivivere quei tempi oscuri. Nel marzo '92 l'attentato dinamitardo all'ambasciata israeliana di Buenos Aires provoca 29 vittime; segue quello all'AMIA, principale associazione della comunità ebraica, dove muoiono 86 persone. I colpevoli sono ancora ignoti, ma le voci parlano di coinvolgimenti della polizia...

Bambini Dall'Abisso [Deti Iz Bezdny] di Pavel Chukhraj
I ricordi di chi visse la Shoah da bambino nei territori dell'Unione Sovietica. Qui, a differenza di altri paesi, molti ebrei ebbero la possibilità di arruolarsi e combattere contro l'invasore tedesco; ma allo stesso tempo, in Ucraina e in Bielorussia, conobbero anche le terribili esecuzioni di massa della "soluzione finale". La più nota fu quella di Babi Jar, nei pressi di Kiev, dove in due giornate del 1941 più di 30.000 persone vennero uccise e gettate in un'enorme fossa comune. Ma centinaia di altre città conobbero stragi analoghe, condotte a volte autonomamente dalla polizia ucraina, fra l'ostilità della popolazione locale, che poi si accapigliava nelle piazze per spartirsi i vestiti dei cadaveri.

Più che di regia, siamo in presenza di un "assemblaggio". Wajda e colleghi, in realtà, non fanno che montare interviste già ultimate dalla Shoah Foundation, tutte immancabilmente basate su un inerte primo piano serrato da quattro pareti: soffocante dogma il cui risultato (pur nell'innegabile nobiltà d'intenti) è un'antiquata alternanza tra voce del testimone e immagine di repertorio. Broken Silence compie l'identico inganno di tanti suoi predecessori, i quali, nell'affidarsi ciecamente al racconto in prima persona, lo lasciano implicitamente apparire come fonte di "trasparenza" e di "verità". Ciò che domina è il patetico. Prima di comprendere le cause della tragedia, il discorso ristagna su di essa, insegue il pathos della lacrima, il respiro che si blocca affannoso nel ricordo del dolore. In Alcuni Che Vissero, un testimone racconta l'abbraccio commosso con un soldato americano che si rivela ebreo, o l'emozione ancora oggi legata al ricordo delle canzoni dell'Armata Rossa. In Bambini Dall'Abisso, un reduce di guerra si presenta armato a casa di un poliziotto ucraino, deciso a vendicarsi; ma lo trova a letto che dorme, e se ne va senza sparare... Così, tutto si riduce al personale, ad un'antologia di commoventi aneddoti, che però nulla riescono a spiegare di un mondo che si lasciò possedere da una cosciente follia.
Latita in modo pauroso qualsiasi analisi economica e materialista (ellissi ormai secolare di tutto il cinema sul nazismo). Come anche nell'emotivo ma superficiale Gli Ultimi Giorni, Hitler non viene mai ritratto come "soggetto sociale", evidente ed evitabile prodotto di un'epoca, ma sempre e solo come novello Anticristo, arcano genio del male che un bel giorno scaglia sulla nostra valle di lacrime un vortice di odio e tormenti. Solo sul finale del lavoro di Puenzo una donna azzarda un acuto parallelo tra Argentina e Repubblica di Weimar: "Hitler ha trovato terreno fertile nell'inflazione e nella terribile disoccupazione. Mi ricorda quello che succede oggi qui. Mi spaventa. Quando c'è un alto livello di disoccupazione la gente cerca sempre un capro espiatorio." E qui la riflessione potrebbe arrivare chissà dove, magari toccando i mali di ogni liberismo sfrenato, gli scempi provocati dal Fondo Monetario Internazionale, le responsabilità degli USA (con relativa compiacenza dell'Unione Europea) nell'arretratezza del Sud America... Ma sfortunatamente siamo già ai titoli di coda, e ogni scomoda deduzione annega in un innocuo cordoglio planetario.
Sarebbe bello se Spielberg e compagni potessero un giorno ammirare un meraviglioso documentario di Michael Kuball intitolato Soul of a Century (Premio Bizzarri 2002), che riassume in due ore un secolo di filmini familiari tedeschi. Un'oceanica folla di anonimi tra vacanze, giochi e bizzarrie; mentre altrove, in un fuoricampo scandalosamente prossimo, avanza la Storia. Ogni sequenza viene commentata "in diretta" da un membro della famiglia (mai mostrato in campo), tra riso, emozione, silenzi. Un cortocircuito tra spazi e tempi lontanissimi che ricarica di nuova elettricità una miniera di fotogrammi dimenticati, tingendoli di un soffuso senso di predestinazione e rimorso. Attraverso l'antico espediente retorico della preterizione, Soul of a Century dice le infamie del nazismo mostrando tutt'altro: torte di compleanno, bambine con caprette, signorotti che festeggiano l'acquisto di un'automobile (con la svastica sulla carrozzeria), ragazzine che si truccano da odalische; mentre qualcuno, della Dachau del '43, ricorda solo suo figlio che gioca in un ruscello... Ciò che ne scaturisce è un poema sul tempo e sulla sua terribile Indifferenza. Un capolavoro che per lezioncine storico-didattiche come Broken Silence resta assolutamente inarrivabile.

© 2002 reVision, Dante Albanesi



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