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Brother1h 52'Regia: Takeshi Kitano
Prima che abbia scritto dieci, vi convincerete che Kitano Takeshi è un grande regista, indipendentemente da Brother, suo ultimo film attualmente in sala. E' una questione di ipnosi. E ora cercate di isolarvi da tutto quello che vi circonda mentre scrivo:
Uno) Reazioni un po' sconcertate, appunto, su Brother. Come in una delle sparatorie incrociate che frequentemente agitano il cinema del regista di Hana-bi, la parte avversa e la parte amica hanno decretato che:
E per questo esercizio di tiro scrivo, mentre sparisce dalla vostra mente il rumore della ventola del vostro computer: Due) Partiamo dalle cose più evidenti. Takeshi (non è che lo prenda in confidenza: questo, all'uso giapponese, è il cognome) ha uno stile forte, un'idea di cinema precisa, una visione sicuramente autoriale che, alla fine, è talmente ossessiva e marcata da non declinarsi a seconda dei contenuti, ma da schiacciare i contenuti qualunque essi siano. E' la forma che fa il contenuto in Kitano. Prendersela con le sue storie dicendo che sono vuote è come prendersela con Modigliani dicendo che si concentra solo su donne con problemi al collo o con Picasso imputandogli una passione per soggetti bisognosi di interventi di chirurgia estetica. Me lo sento che questo punto scatena le ire della parte avversa, ed è per risponderle che scrivo: Tre) E' innegabile che chi non conosce Kitano si possa annoiare vedendo Brother. La storia raccontata dal film è proprio la solita, quella che domina tre quarti dei gangster movies, dallo Scarface di Hawks alla rilettura che ne diede De Palma, da La Furia Umana di Walsh a King Of NewYork di Ferrara: ascesa e caduta di un gangster. L'unica variante è che qui il gangster è giapponese. Il fatto è che in Kitano quello che conta, contrariamente a ciò cui ci ha abituato gran parte del cinema americano, non è ciò che si racconta ma come lo si racconta (vedi punto due su forma e contenuto). Del resto, se andate al cinema solo per la storia che vi raccontano, non avete bisogno di leggere questo articolo. Vivete ancora nell'eden e non lo sapete. Spegnete il computer e andate a godervi i Vanzina. Vi sembreranno originalissimi. Quattro) Se avete il computer ancora acceso, ce la possiamo fare ad arrivare fino in fondo. E per premio vi scrivo anche perché e in cosa lo stile di Kitano fa la differenza: è un problema di tempo e di spazio, ossia un problema di regia:
Cinque) Ciò che Kitano fa in questo modo è qualcosa cui noi occidentali non siamo molto abituati. Non a caso, in Brother, Kitano gioca spesso con le attese e i pregiudizi che abbiamo nei confronti dei giapponesi, mettendo in bocca ai personaggi frasi come: "...i giapponesi sono tutti uguali" o "Voi giapponesi siete imperscrutabili". In questo gioco c'è in realtà anche la consapevolezza che il suo cinema è esattamente agli antipodi delle attese che abbiamo nei confronti della cultura orientale. Siamo abituati a vedere, nella cultura giapponese che ci è giunta, o il caos delle grandi costruzioni epiche (il Kurosawa di Kagemusha) o l'armonia dei piccoli racconti (il Kurosawa di Madadayo, l'arte dell'ikebana). Quello che invece Kitano ci dà è: Sei) L'insensatezza delle piccole cose, l'insensatezza della vita quotidiana, l'impossibilità di trovare un senso qualsiasi. Se lentamente vi state convincendo che un uomo che arriva a tanto merita una certa attenzione, malgrado la sua follia, io altrettanto lentamente vado scrivendo che (nessun suono nella vostra mente, nessun tatto sulla vostra pelle): Sette) è per questa insensatezza che uno yakuza che sembra avere un ruolo principe nella storia di Brother più o meno a metà film si punta una pistola alla tempia quasi per scommessa e finisce con l'avere buona parte del cervello spalmato sulla parete alle sue spalle.
E' in questo che sbaglia la critica più fondata mossa a Brother, indicando come limite del film il fatto che Kitano abbia dato agli americani ciò che volevano, eliminando i controtempi classici dei suoi lungometraggi e condendo il tutto con una dose di violenza più abbondante del solito. In realtà, le cose stanno un po' diversamente, e cerco di spiegarvelo passando al punto:
Otto) Kitano svuota il canovaccio del film di gangster classico a stelle e strisce cui si accennava rispettandolo nell'apparenza (progressione del racconto, soggetto) ma rivoltandolo nella sostanza. Costruisce, ad esempio, tutta una progressione per arrivare al tipico assalto alla casa-quartier generale della banda rivale, ma quando ci giunge gira tutta la sparatoria inquadrando un gangster morente, sui sedili posteriori della sua macchina. I lampi degli spari lo illuminano: bianco e nero, e lui è stato ferito prima che iniziasse "il bello" (per gli americani) della sparatoria, è stato colpito ancora all'antipasto, all'ingresso della casa. E' una meravigliosa scena che, con un accostamento un po' blasfemo, fa venire in mente quella della fine del suicida, nella sua buca, in Il Sapore Della Ciliegia di Kiarostami. Il problema, lo avrete intuito, è esistenziale. Ed è quindi con un certo timore che in punta di dita silenziosamente scrivo: Nove) Kitano è un grande regista perché, come diceva François Truffaut con una formula che mi sembra validissima ancora oggi, unisce ad un'idea di cinema un'idea di mondo. Un mondo intollerabile, cui si può far fronte solo con umorismo nerissimo, imperturbabilità (fantastica l'immobilità da reale paresi di Beat Takeshi, vero omaggio all'immortale Buster Keaton) ed il suicidio. Un cinema intollerabile, che ci racconta quel mondo nella sua insostenibilità, non risparmiandoci nulla in termini di dolore e di noia. Tenetevele, queste idee, sentiamo dire con indignazione dalla parte avversa. Ma il problema è un po' più complicato. Il problema è che senza queste idee, senza prendere in considerazione queste idee, si finisce a guardare Il Grande Fratello e Bodyguards. Si finisce a vivere una vita stupida come quella dei personaggi di Kitano senza nemmeno rendersene conto. (Questa, tra parentesi, è la grande differenza tra i personaggi di Tarantino e quelli di Kitano. Quelli di Kitano non si ammazzano per soldi, quello è solo un pretesto. Lo sanno benissimo che la vita fa schifo. Hanno una solidissima dignità nella loro follia. Non sono superficiali, non parlerebbero mai di cultura pop deteriore). Per questo motivo mi sembrava meglio parlare di Kitano come autore più che di Brother. Perché è solo capendo davvero Kitano che si può inquadrare Brother, discutendo poi, al limite, sul fatto che non sia il suo film più riuscito (ho come il sospetto che il migliore sia ancora Boiling Point). Ma è comunque un film ad un livello, ad una classe irraggiungibili dalla maggior parte del cinema. Ed a questo punto, vi ho tenuti fino in fondo. Leggere questo articolo è stato forse, come vedere i film di Kitano, una paradossale ipnosi al negativo. Non per liberare dal male ma per rendere consci del male. E forse è questo il vero senso del cinema di Kitano. Male a piccole dosi. Cinema omeopatico, in qualche modo. Sapere che si può vivere così male forse ci aiuta a vivere meglio. Provateci, dopo aver letto: Dieci). © 2000 reVision, Fabrizio Bozzetti |
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