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The Golden Bowl

2h 10'

Regia: James Ivory



Il piacere della letteratura di Henry James è un piacere sottile, per iniziati. Di fronte a corposi volumi di settecento e più pagine è difficile non provare un sentimento riflesso di panico per la disposizione spazio temporale cui ci chiama la complessità di un testo, che nella sua elaborazione è il risultato stesso dell’intreccio fittissimo delle caratteristiche psicologiche dei personaggi. Nell’introduzione di Barbara Lanati a "Ritratto di signora" (romanzo che Ivory aveva scelto ancora prima di "La coppa d’oro") per esempio si legge: "C’è una passione, in Henry James, per il dettaglio, per il passo lento della frase che si snoda lungo il percorso di uno sguardo che non conosce fretta, per i tempi lunghi di una riflessione intorno all’oggetto - conversazione, luogo, tratto della persona che sia - capace di aggirarlo da più parti e angolature": James è riuscito ad indagare con lucida ossessione le sfumature più fini dell’animo umano. Sullo schermo, la trasposizione richiede l’assoluta concentrazione sul lavoro degli interpreti. La scrittura non basta per guidarli verso espressioni fugaci, addirittura che non si mostrano, ma s’intuiscono appena nel riflesso convenzionale dei gesti. Cosicché l’apparire, come quello della società borghese, è frutto di assurdi meccanismi di aggiustamento, regolazione, di parole, sguardi. La coppa d’oro è simbolo stesso dell’incrinatura, dell’inevitabile fragilità che può causare la rottura drammatica di un ordine faticosamente costruito e mantenuto. Ma anche di ciò che si mostra nella sua fulgida apparenza, il luccichio splendente dell’oro, e nasconde al tempo stesso la sottile trama, la crepa, che può essere o non, il segno di un turbamento più generale. Non è neanche un caso che James Ivory, da americano con attitudini europee, soprattutto britanniche, la cui biografia coincide curiosamente con quella dello scrittore newyorkese, percorra le stesse ossessioni della scrittura jamesiana: il confronto enigmatico tra due continenti in cui intravede l’oscura antitesi di sentimenti.

La quadriglia di personaggi si dispone in coppie. Da una parte, quella americana, costituita da padre e figlia, Adam e Maggie Verver, dall’altra parte la coppia con indole europea, l’americana Charlotte e il principe italiano Amerigo. I due fronti si mischiano poiché Maggie sposa Amerigo e Charlotte Adam. Nonostante l’ambigua distribuzione amorosa dei due matrimoni, si ricostituisce l’opposizione principale. Così Maggie passa molto tempo con il padre, mentre Charlotte e Amerigo si uniscono in adulterio. Questa schermaglia non rappresenta semplicemente una particolare vicenda melodrammatica. Intanto sono da registrare le modalità significative dell’incontro-scontro tra i vari personaggi. Adam e Maggie figurano un fuori campo quasi assoluto, i loro incontri sono torbidi perché nel gioco di sottrazione il racconto ci fornisce pochissimi elementi del loro rapporto vagamente "incestuoso" padre-figlia (peraltro nel precedente La Figlia Di Un Soldato Non Piange Mai c’era la stessa disposizione curiosa e vigile nei rapporti tra padre e figlia). Dall’altra parte invece c’è un’estrema chiarezza (che è un po’ lo stereotipo): Charlotte è innamorata di Amerigo e farebbe di tutto per stare con lui. Amerigo ama la moglie ma è attratto anche da Charlotte che è la sua ex amante.

L’universo filmico è quindi segnato dalla sistematica ricerca, che è anche la sua voluttà, del dettaglio, della ricostruzione del gesto, attoriale, e della messa in scena generale, che regali un principio di bellezza estetico come esemplarità di una dimensione vera, ma sconosciuta. In questo senso, le accuse di accademismo e di affettata quanto inutile raffinatezza rivolte spesso ad Ivory, hanno poco senso. The Golden Bowl, invece, è la prova che la ricerca estetica ha le sue basi solide nel dato contingente, nella sensibilità dilatata, dello sguardo e quindi dei personaggi e non solo, che tende a cogliere i punti estremi del mondo sensibile. E il lavoro di filmare si configura come processo in fieri di questa apertura verso il mondo. Non ci sono dunque storie ben delineate e descritte, ma stati d’animo, un’impressività assolutamente fluida di cui sono impregnate le immagini. Così all’inizio il principe Amerigo percorre con l’amante il palazzo in rovina, celebrando quegli aspetti invisibili dell’architettura che sono al contrario imprescindibili. Come la polvere d’oro che cade finissima nel bicchiere di un avo e lo avvelena perché contiene arsenico. Se il palazzo è metafora stessa della stratificazione di momenti storici - nelle medesime stanze vediamo baluginare i fantasmi degli adùlteri sorpresi - e quindi in esso si procederà a una ristrutturazione/riciclo, dall’altra parte il miliardario definisce con cura i particolari di una nuova costruzione/rigenerazione, il museo santuario che custodisce i capolavori dell’arte, fissandoli, anche imprigionandoli nella sala marmorea, in una qualunque, anonima, American city. Anche in questo caso potrebbe trattarsi dell’incontro tra due mentalità: quella pragmatica e razionale americana e quella contorta, nascosta e irrazionale dell’europeo. Certo in qualche momento gli stereotipi tendono a svilire i contenuti simbolici del film (quando si fa riferimento all’Italia come luogo di inganni e sotterfugi ecclesiastici), ma l’immaginario così denso e pervasivo riesce a ipnotizzarci in questo percorso fantastico e misterioso della psiche umana.

© 2000 reVision, Andrea Caramanna



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