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The Bourne Identity

2h 10'

Regia: Doug Liman



Braccato dai suoi ex-mandanti, alla ricerca di una missione che non ricorda, l’agente segreto Jason Bourne (Matt Damon) ha smarrito la sua vera identità. Dieci passaporti diversi mostrano il suo stesso volto: Bourne è uno, nessuno e centomila. Ma per fortuna l’Europa che lo accoglie resta sempre la stessa: cartoline innocue da ammirare un attimo prima di essere distrutte. Qualcosa di pittoresco (le stradine di Parigi), di tipico (Zurigo ovviamente piena di banche), di antiquato e buffo (la Mini Minor), di indistinto e intercambiabile (la parte di Zurigo recitata da Praga: a casa loro si permetterebbero mai di spacciare Boston per Chicago?).
Tra nuovo e vecchio mondo le differenze antropologiche, quasi genetiche, sono abnormi. L’Europeo ha buon cuore (il marinaio italiano - Orso Maria Guerrini - ripesca Bourne dall’oceano), è ospitale (il campagnolo francese non fatica molto a cedere la propria casa ad uno sconosciuto), ma congenitamente imbranato (Bourne riesce a fuggire da un’ambasciata stracolma di poliziotti). E Marie (Franka Potente), tipica giovane Europea, è palesemente una sbandata, fricchettona, forse anche un po’ tossica, romantica ma troppo emotiva, in fondo generosa ma potenzialmente ladra. L’Americano invece è solo ciò che decide di essere: concentrato di pragmatismo, febbrile devozione alla causa, attenzione maniacale al dettaglio. La scarto più evidente tra le due culture emerge quando Bourne, per poter rientrare nella sua stanza d’albergo, manda in avanscoperta Marie, ammaestrandola con una litania di consigli strategie precauzioni per valutare la sicurezza del luogo. In tutta risposta, Marie si procura gli archivi dell’albergo e la faccenda è bell’e conclusa. Scienza meticolosa da una parte, furbizia spicciativa dall’altra.

Certo, tali maldestre generalizzazioni non sono esclusiva di questo film, ma connotati base del 90% delle trame di spionaggio. Compito del regista è di farcele dimenticare, di saper celare l’identità della propria creatura agli occhi dello spettatore. "Filmacci" come Bad Company o XXX ci riescono grazie a una stordente dose di brio e di umorismo più o meno elaborato. The Bourne Identity non ci prova nemmeno, e il risultato finale ha la vivacità monotona di un lungo telefilm.
America come Ragione, Europa come Sentimento. Il dualismo trova una soluzione solo al termine, quando Bourne risale all’origine del suo trauma, della sua dissociazione psichica: rifiutò di eseguire l’ennesima missione (e l’ennesimo omicidio) quando scoprì che il bersaglio da eliminare era anche un padre, attorniato da bambini così inermi che nessun divo hollywoodiano potrà mai sfiorare... È in quell’istante che il coraggio folle dell’eroe cede il passo all’umanità dell’uomo comune. "Bourne" vuol dire "meta" o "confine", ma anche fusione di "born" (nato) e di "burn" (bruciato). La spia americana brucia la sua vecchia personalità e, compiuta la sua avventura, rinasce come banalissimo spasimante europeo in un isolotto greco. Ma sempre pronto a cambiare meta quando verrà il tempo del secondo episodio, prossimamente su tutti gli schermi.

© 2002 reVision, Dante Albanesi