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Bounce

1h 46'

Regia: Don Roos



Quando fra duecento anni gli storici vorranno analizzare la società americana del 2000 attraverso i suoi film, si persuaderanno che l’unica occupazione legalmente consentita in quei tempi remoti era quella del creativo pubblicitario. Così, dopo il pegno già pagato da Mel Gibson, Keanu Reeves e Bruce Willis, ecco il turno di Ben Affleck nel prolungare quest’affresco di mostruosa falsità. Il suo pubblicitario si chiama Buddy Amaral ed è il consulente della compagnia aerea Infinity. Bloccato dalla neve in un aeroporto, fa amicizia con Greg Janello (Tony Goldwyn), mediocre scrittore teatrale; quando il volo della Infinity viene confermato nonostante le condizioni avverse, Buddy cede il suo biglietto a Greg. Ma l’aereo si schianta, Greg muore e Buddy affonda nella disperazione, inizia a bere e finisce in clinica. Un anno dopo, realizza che per sanare la ferita che ha "provocato" dovrà prendersi cura di Abby (Gwyneth Paltrow), la vedova di Greg...

Sono personaggi smunti quelli di Don Roos (autore del sopravvalutato The Opposite Of Sex), che rimandano ad un substrato da telenovela chic, nel quale la dimensione affettiva si dilata a dismisura fino a schiacciare tutte le altre (ma non certo "sulle ali di una impalpabile leggerezza che affascina ed intriga lo spettatore", come ci informa Mario Sesti su Kataweb). In più, la presenza di Gwyneth Paltrow e la struttura stessa della trama non possono non far rimpiangere il simpatico Sliding Doors e i suoi destini raddoppiati da una porta girevole. E forse è proprio questo il tocco di sceneggiatura che Roos avrebbe potuto imitare, sviluppando cioè entrambe le storie Abby/Greg e Abby/Buddy, come universi paralleli in bilico su un biglietto che "salta" (bounce) da una mano all’altra. Accorgimento che, se non altro, avrebbe sottratto qualche scena al quasi marmoreo Affleck, a favore del molto più interessante Tony Goldwyn (il cattivo di Ghost e de Il Sesto Giorno).

Considerando infine che recenti prodotti analoghi a Bounce sfoggiano più o meno la stessa qualità, si potrebbe magari ipotizzare che sia l’intera commedia sentimentale (come ogni genere medio) ad essere in declino. E invece no. Quelle che troviamo sugli schermi - vecchia storia - sono soltanto le commedie che l’ostracismo del mercato distributivo ci costringe a vedere; ostracismo che non si esplica solo nel predominio degli USA sul resto del mondo, ma che opera anche all’interno della produzione statunitense. Piccolissimo esempio: qualche mese fa è sfrecciata fulmineamente in poche sale sperdute una graziosissima storia d’amore intitolata Conta Su Di Me, del regista Kenneth Lonergan. Senza rivoluzionare l’arte cinematografica, Conta Su Di Me regala battute divertenti, personaggi adulti privi di completi Armani, problemi veri, soluzioni parziali, e nessun appartamento chilometrico vista mare. Un onesto, piacevole film medio. Prodotti di cui il mercato (con i suoi creativi pubblicitari) vorrebbe farci ignorare l’esistenza.

© 2001 reVision, Dante Albanesi



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