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Bombòn el Perro

El Perro - 1h 33'

Regia: Carlo Sorin



A Carlos Sorin piacciono le storie quotidiane, quelle con protagonisti uomini e donne comuni alla ricerca di una possibilità di riscatto e di affermazione nella vita di tutti i giorni (Piccole Storie è il titolo di un suo film precedente). Stiamo parlando di un regista acuto e sensibilissimo capace di sottile ironia, autore di La Pelicula del Rey – C’era una Volta un Re... (opera prima, vincitrice del Leone d’Argento 1986 a Venezia, dove con visionarietà surreale citava Herzog nella poetica descrizione delle radici di una cultura indigena ed evocava Truffaut nel rinnovare lo schema di un cinema che parlava di cinema) e di Fergus O’Connell Dentista in Patagonia (commedia surreale del 1989 interpretata da Daniel Day-Lewis allora fresco di Oscar dopo la commovente perfomance de Il Mio Piede Sinistro).
In Bombòn el Perro Sorin recupera lo spirito che ha animato il mosaico di Piccole Storie, coi numerosi personaggi inscritti in una realtà composita i cui destini finivano per incrociarsi. In quel film narra, tra l’altro, di un anziano ex proprietario di un grande magazzino che, in pensione, decide di mettersi in viaggio alla ricerca del proprio cane fuggito dalla custodia. Anche in Bombòn el Perro l’incontro tra un Dogo Argentino di nome Bombòn e il suo padrone acquisito Coco è l’occasione per tracciare la metafora di due solitudini che si ritrovano unite in un viaggio a bordo di un vecchio camioncino, sullo sfondo del cangiante scenario di una Patagonia in preda a traumatiche mutazioni sociali ed economiche.

Coco (interpretato con straordinaria disinvoltura da Juan Villegas, indimenticabile debuttante da applausi) è un meccanico di mezza età che, licenziato da una stazione di servizio, tira a campare intagliando manici di coltelli. In lui Sorin sembra individuare l’emblema di un vecchio mondo destinato a scomparire, spazzato via dalla modernizzazione intervenuta per dare nuova forma a quel territorio desertico e inospitale. Dunque, la stazione di servizio viene ristrutturata e l’ex- meccanico trova rifugio a casa della figlia (interpretata da Mariella Diaz, vista in Piccole Storie). Ma è l’incontro con la giovane Claudina (la deliziosa attrice Claudina Fazzini) a segnare la svolta rigeneratrice del nostro. La ragazza gli offre ospitalità, col pretesto di una riparazione ad una vettura, a casa della madre vedova (Kita Ca). E qui entra in scena il magnifico Bombòn, un Dogo dall’aspetto triste che è un talentoso cane-attore di nome Gregorio. Coco lo riceve in dono come pegno per il gesto di generosità ed insieme a lui comincia la sua peregrinazione on the road. La meta è una nuova possibilità di lavoro in un magazzino di lana, anche se risulta più allettante la proposta di Walter (Walter Donato), un allenatore di cani da esposizione, capace d’individuare l’illustre pedigree della bestia che potrebbe ottenere medaglie e denaro alle mostre canine. Bombòn va dunque istruito e fatto accoppiare, anche se non ne vuole sapere, con le buone o con le cattive. Il racconto dell’allenamento e dei tentativi di far vincere la ritrosia sessuale al Dogo è davvero godibile e prepara la seconda e più malinconica parte del film, quella in cui Coco (proprio come quel protagonista di una delle Piccole Storie) si pente di aver affidato a Walter il suo cane e vuole ritrovarlo. Con un tocco degno di certi maestri dell’elegia realista del New American Cinema degli anni settanta (viene in mente Robert Benton e il suo omaggio al noir, col pretesto del ritrovamento del cane perduto, in L’Occhio Privato), Sorin rintraccia i motivi più espressivi del paesaggio remoto della Patagonia (i cui colori sono esaltati dall’intensa fotografia di Hugo Colace) e li pone in sintonia con la sua descrizione di moti umani, del progressivo riappropriarsi del gusto della scoperta e della passione da parte di un uomo che trova la forza di non arrendersi nella sua giornaliera lotta per vivere. È l’elogio dell’esperienza e della convivenza attraverso il racconto di un colloquio segreto che lega gli esseri umani alle bestie.

Con una leggerezza speciale e sorretto dalla struggente colonna sonora di Nicolas Sorin, il regista ci accompagna in una dimensione sospesa, ai confini dei territori del mito e della favola dove i sogni possono divenire realtà e dove è possibile realizzare la speranza di un’armonia fatta di rapporti minimali e di relazioni essenziali. A Sorin interessa il dato rivelatorio del volto: come egli stesso una volta ha detto: "l’aspetto triste di Filippo IV, negli ultimi ritratti realizzati da Velazques, racconta la tragedia di quel re più di tutti i volumi scritti al riguardo".
Per lui, insomma, il cinema è sempre un primo piano dove anche un cane può essere il segno della possibilità dell’umano che non deve assolutamente venire smarrita se vogliamo darci tutti un futuro. Così impariamo, ancora una volta, che le piccole storie, quando sono narrate con passione ed ironia, si trasformano in apologhi necessari, buoni a nutrire il nostro immaginario devastato dalle rovine di una crisi d’idee e d’immagini. Grazie a Sorin e al suo straordinario poemetto cinematografico, possiamo sentirci tutti un po’ Bruce Chatwin e abitare i confini del mondo, nella Patagonia delle chimere dove gli uomini parlano coi cani.

© 2006 reVision, Francesco Puma