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Bolt - Un Eroe a Quattro ZampeBolt - 1h 36'
Regia: Byron Howard e Chris Williams Fin dal suo delizioso prologo, Bolt – Un Eroe a Quattro Zampe presenta una situazione marchiata Disney,
identificandosi con una tradizione a dir poco leggendaria. Nella vetrina di un negozio d’animali sta esposto un simpatico
esemplare di pastore tedesco, un cucciolo dal pelo bianco. Una bambina si avvicina ad osservarlo e nel giro di pochi minuti
diventa la sua padroncina: un nome ed un collare, questioni d’affinità elettive. Una didascalia annuncia i cinque anni trascorsi
da quella folgorazione, l’atmosfera è nettamente cambiata: in una panchina di un parco ritroviamo i due protagonisti cresciuti.
Il cane Bolt è stata la cavia di un esperimento genetico che lo ha trasformato in un superanimale dagli enormi poteri col pelo
marchiato da una saetta. Accanto a lui c’è l’ormai adolescente Penny, amica e padrona, che riceve un’allarmante telefonata dal
padre scienziato, in quel momento sequestrato dal Dottor Calico, il malvagio di turno dagli occhi verdi. Ci ritroviamo così
catapultati in un vero e proprio intrigo alla Dashiell Hammett de "L’uomo ombra", aggiornato ad un ritmo molto blockbuster,
capace di coniugare la spy-story col noir. Il magistrale incipit è una delle tante trovate degli autori di questo intelligente
pastiche: Byron Howard e Chris Williams, registi all’esordio nel lungometraggio animato ma con alle spalle una gloriosa gavetta
nell’universo del cinema d’animazione. Ma ecco la sorpresa: il lungo inseguimento non è altro che fiction. Siamo in uno dei
numerosi studios di Hollywood all’ora dello smontaggio del set dopo un faticoso giorno di riprese. Bolt e Penny sono i protagonisti
di una serie di successo, ora tormentati dal perfezionismo del director a cui interessa catturare l’autenticità delle espressioni
del suo cane–attore mentre l’ultimo ciak evidenzia l’imbarazzante presenza di un microfono entrato di fianco nell’inquadratura,
con conseguente sfuriata la cui vittima è una programmatica produttrice. Per gli autori è l’occasione di lanciare frecciatine
salaci ai modi e alle maniere dell’invasato mondo della produzione televisiva schiavizzata dagli ondivaghi rilevamenti dell’audience.
Dunque, il vero habitat di Bolt è una casetta situata dentro gli studios. In più, il simpatico animale ci appare talmente
immedesimato nel proprio ruolo da essere convinto di possedere superpoteri utili alla lotta contro il Male. Ed è così che la
finzione si combina alla realtà. Desiderosa di portarsi a casa il suo partner, Penny viene raggirata subdolamente dal cinico
suo agente. Fino a quando, dopo gli stizzosi scherzi di due gatti coinquilini degli studios, Bolt riesce a scappare convinto
di doversi mettere alla ricerca della sua Penny tenuta prigioniera come nella più recente puntata della serie. Improvvisamente
finisce imballato nel polistirolo di una scatola ritrovandosi, nel giro di poche ore, a New York. Per lui, che mai si è allontanato
dai capannoni, è una scoperta. Per noi è l’occasione di percorrere la Grande Mela ad altezza di cane. Il nostro eroe per forza
s’imbatte in un’intelligente gattina, Mittens, che vive in un vicolo ed è servita da alcuni piccioni che le procurano del cibo.
Qui comincia la pazzesca avventura della strana coppia, un road-movie da bestiario che conduce i due a procurarsi del cibo in
un campeggio con tante roulotte e a fare lì conoscenza col criceto Rhino, sfegatato fan del nostro Bolt, che vive rinchiuso
dentro una sfera di plastica. E a poco a poco la furbetta Mittens si rende conto che il nuovo amico cagnolino non è proprio
del tutto matto e che la sua realtà non è altro che pura finzione.Che l’avventura prosegua in tre e che i colpi di scena si susseguano a ritmo incalzante è l’unica rivelazione che ci sentiamo di fare per non rovinare la sorpresa di quest’arguta parabola sui motivi sempiterni dell’amicizia (fondata sul coraggio e sulla condivisione del pericolo) che echeggia i grandi classici di papà Walt non lesinando pathos ed intelligente divertimento. Il merito va anche all’abile sceneggiatura scritta da Dan Fogelman insieme ad uno dei due registi, Chris Williams che ripropone, aggiornandoli, gli efficaci motivi della classicità disneyana riversandola nell’estetica postmoderna dell’animazione digitale vertiginosamente illusionistica quando ci offre, nelle lunghe carrellate degli inseguimenti, il trompe-l’œil di una profondità di campo che è una gioia per gli occhi. Bisogna aggiungere
che questo Bolt – Un Eroe a Quattro Zampe è il primo film interamente realizzato dalla Disney con il formato nuovo di
zecca Digital 3D. Noi lo abbiamo visto in una normalissima sala bidimensionale e non ci faremo sfuggire l’occasione di ritornarlo
ad apprezzare nel formato originale, plasmato con sofisticati sistemi nella fase di post-produzione. Pur senza il supporto
tridimensionale è possibile godere appieno il gioco prospettico di questo piccolo classico (peraltro utile ad indicare, al suo
giovane pubblico, i confini sottili che separano la finzione dalla realtà), con i colti riferimenti iconografici al grande
pittore Edward Hopper per illustrare i contrasti iperreali della megalopoli newyorchese con i suoi pieni ed i suoi vuoti che
ne hanno alimentato il mito. E così, Bolt – Un Eroe a Quattro Zampe si allontana dalla sempre più stupefacente linea
della Pixar di Lasseter, ormai affiliata alla Disney, nel raccontarci il viaggio di formazione del suo protagonista (doppiato
in originale da John Travolta, e in italiano, da Raoul Bova che se la cava egregiamente).Un orecchiabile motivo (da noi cantato in italiano) fa da collante alle essenziali e ben montate sequenze che mostrano la collaudata, genuina amicizia tra Bolt, Mittens e Rhino. Con il controcanto di tre piccioni che rappresentano il lato grottesco del lungometraggio (somiglianti alla caratterizzazione umoristica dei pinguini di Madagascar) Bolt – Un Eroe a Quattro Zampe esibisce raffinatezze narrative: quando il cinico agente mostra a Penny un sosia del suo amico cane–attore per poter continuare le riprese della serie, viene inquadrato il dettaglio del dito della ragazza che blocca la stampante prima che sforni le immagini di Bolt da divulgare per la ricerca; e quando Bolt, ad un certo punto, raggiunge nuovamente gli studios rimane di sasso accorgendosi che Penny sta accarezzando con affetto il suo sosia non rendendosi conto che la ragazza sta semplicemente recitando. Nettamente superiore a Chicken Little (produzione digitale targata Disney di qualche stagione fa), sullo stesso livello d’efficacia del sottovalutato (da qualche critico) I Robinson, questo film di Howard e Williams, nel ribadire (come ogni fiaba che si rispetti) che l’esperienza, coi suoi dolori e tremori, è il principale viatico d’ogni tragitto esistenziale, ci propone lo stesso paradigma dell’acre commedia di Marc Foster, sospesa tra immaginazione e trasfigurazione, Vero come la finzione. Così la dimensione astratta dell’illusione, frequentata dall’impagabile Bolt, lascia il campo, sul finale, al mediato e meditato riferimento al trauma dell’11 settembre. Il cane che, circondato dalle fiamme negli studios, ritrova il proprio principio di realtà utile a soccorrere l’amica Penny, non è forse la metafora trasparente di quell’istinto di solidarietà che ci spinge a ritrovarci umani in mezzo al vorticoso divenire della disumanità che ancora rischia di travolgerci? Senza enfasi e con la necessaria ironia, ritroviamo alcuni spunti tematici di The Truman Show in questo racconto che ha per protagonisti due personaggi alla ricerca di una propria verità da vivere nel mondo, come le marionette pasoliniane che domandandosi della qualità di cui sono fatte le nuvole imparavano a liberarsi delle proprie, costrittive maschere. © 2008 reVision, Francesco Puma |
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