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La Bohème – Il Film

La Bohème - 1h 53'

Regia: Robert Dornhelm



Se c’è un evento teatrale da non perdere, questo è La Bohème – Il Film. Avete letto bene: l’ultima (per ordine di tempo) trasposizione cinematografica dell’opera in quattro atti di Giacomo Puccini (1858–1924) compie una vera e propria tournée, nelle sale di ogni città prevista, per un solo giorno di programmazione a tappa. E’ un modo assai efficace di restituire in forma di evento l’occasione per celebrare l’antico connubio tra cinema e teatro, e soprattutto del grande compositore di Lucca nel centocinquantesimo anniversario della sua nascita. Fiumi d’inchiostro sono stati versati su quello che rimane uno dei paradigmi del melodramma, così modernamente calibrato nell’esibire registri tra il sentimentale e il patetico con sublime vigore, in più delineando con finezza le psicologie dei personaggi, in questo favorito dall’abile e screziata intelaiatura del libretto di Giuseppe Giacosa (il drammaturgo di "Come le foglie", 1847-1906) e Luigi Illica (1857–1919), derivato dal romanzo d’appendice di Henri Murger (1822–1906), "Scènes de la vie de bohème", poi diventato (con la collaborazione di Théodore Barrière) una pièce in 5 atti. Dopo la prima rappresentazione al Regio di Torino (il 1° febbraio 1896) la Bohème di Puccini, composto un anno dopo la pubblica invenzione del cinema, si prestò a numerose trasposizioni sullo schermo (tra tutte ricordiamo quella del 1926 di King Vidor con una rilucente Lillian Gish) e ad un numero impressionante di parodie e stravolgimenti. Fu un caposaldo, insieme ad altri capolavori pucciniani, del film–opera (genere che in Italia contò su personalità registiche del calibro di Carmine Gallone e Mario Costa) mentre, tra le tante trasposizioni, ci piace ricordare quella innovativa e realistica realizzata da Luigi Comencini nel 1987 che fece storcere il naso ai puristi per via dell’ambientazione spostata al 1910, per la scelta di affidare il ruolo di Mimì alla cantante di colore Barbara Hendricks e di trasformare il protagonista Rodolfo in un poeta futurista e Marcello in un pittore cubista (ma, si sa, a Comencini piacevano le sfide). Anche sulle scene, alla canonica accoppiata Zeffirelli – Pavarotti si sono opposte versioni impervie e trasgressive (spesso fino al ridicolo).
La scelta del regista austriaco Robert Dornhelm è intelligentemente restauratrice e, fortunatamente, non reazionaria: La Bohème – Il Film vuole innanzitutto mettere in primo piano il raffinato impianto, musicale e drammaturgico, di Puccini cercando di esaltare gli ancora comprensibili (perché universali) nodi psicologici e patetici della vicenda. Il film sorprende per la sua sontuosità che echeggia toni favolistici (come se i protagonisti palpitassero in un mondo antico, così lontano e così vicino): cinque milioni di euro per ricreare il Quartiere Latino di metà dell’Ottocento agli studi della Filmstadt di Vienna con contrasti cromatici che rimandano (scusate la deformazione da cinefilo) all’elegia acre dello stile di Tim Burton, mentre affiorano con misura gli echi impressionistici dell’ormai mitica Parigi avvolta dalla neve, dell’affollato Quartiere Latino degli artisti spiantati, del proverbiale Caffè Momus. E’ una gioia per gli occhi sprofondare, grazie al virtuosismo in elettronica, nello scenario caotico del tranche de vie, nel calore affollato delle strade dove gruppi di bambini si accalcano attirati dal venditore di giocattoli Parpignol (Ernest-Dieter Suttheimer). Dissolvenze, melange fra colore e bianco e nero, trompe-l’œil che riflette l’esigenza di restituire al pubblico di oggi il fascino visuale di una dimensione antica (che non può essere più rappresentata dalle scenografie di cartapesta) e di un impatto estetico che prevede la fruizione sia sul grande che sul piccolo schermo (noi optiamo per la prima ipotesi) nel rispetto dell’impostazione drammaturgica.

Per chi non la ricordasse, è d’uopo evocare la trama. Siamo a Parigi, nel 1830, mentre si avvicinano le feste di Natale. In una soffitta abitano, in condizioni assai disagiate, il poeta Rodolfo (Rolando Villazòn) assieme all’amico pittore Marcello (George von Bergen). Al primo, per combattere il gelo, non resta che alimentare il camino bruciando le pagine del proprio ultimo componimento ("L’ardente mio dramma ci scaldi"...). A ravvivare l’atmosfera irrompono i due amici degli spiantati, il filosofo Colline (Vitaly Kovalyov) e il musicista Schaunard (Adrian Eröd) che, con i soldi ricevuti da un mecenate, hanno acquistato del vino e del cibo da condividere con Rodolfo e Marcello ("Un po’ di religione, o miei signori, si beva in casa ma si pranzi fuori"...). A rovinare l’intenzione di far bisboccia in strada ci pensa Benoît (Tiziano Bracci), il padrone di casa venuto a reclamare gli arretrati dell’affitto (e allontanato, poi, con uno stratagemma dal gruppo). Rimasto solo, Rodolfo si scontra con la sindrome del foglio bianco da riempire, consolato dall’arrivo dell’infreddolita Mimì, dallo "sguardo da malata" (Anna Netrebko) che gli chiede un fiammifero per una candela. La "gelida manina" da riscaldare è un sintomo di tubercolosi incombente ma la vicina è irresistibile per tenerezza ("Mi chiamano Mimì ed il perché non so. Vivo sola soletta nella mia cameretta che guarda i tetti e il cielo, ma quando vien lo sgelo il primo sole è mio"). Tra i due nasce una robusta passione, infoiata quanto impervia. Il quadro secondo, ambientato nell’affollato Quartiere Latino, scopre i due nuovi amanti seduti al Momus insieme a Colline e Schaunard. Entra in scena l’altro avvenente personaggio femminile, Musetta (Nicole Cabell), accompagnata dall’anziano consigliere di Stato Alcindoro (Ioan Holender). La fanciulla è ancora innamorata, ben corrisposta, di Marcello e lo stuzzica ("Marcello è là... mi vide... e non mi guarda, il vile! E quel Schaunard che ride! Mi fan tutti una bile!"...), fino a provocare una scenata di gelosia culminata in un allontanamento del vecchio incomodo (a cui spetterà, per beffa, il pagamento del conto al Caffè) e il ricongiungimento dei due giovani innamorati. Il terzo quadro, alla barriera d’Enfer in un’alba del mese di febbraio, si apre mostrandoci Rodolfo e Mimì separati dopo un litigio: lei comunica la propria intenzione di separarsi dall’amato (andando a vivere con un giovane visconte) a Marcello nella cui abitazione (una locanda) Rodolfo si è trasferito ("Dividerci conviene. Quando tutto è deciso, se ci guardiamo in viso, ogni savio proposito è fiaccato"). Dal canto suo, il poeta racconta all’amico dell’aggravarsi della malattia di Mimì. Ma basta un colpo di tosse per far rincontrare gli amanti durante un magistrale duetto sigillato dalla celebre esclamazione di Mimì seguita dall’annuncio di lui sulla possibilità di lasciarsi "alla stagion fiorita": "vorrei che eterno durasse il verno". Nel quarto quadro, ambientato nella soffitta, si alternano momenti di struggente rimpianto dei due amici rispetto agli amori trascorsi alla ventata brillante condotta dall’irruzione di Colline e Schaunard. Poi, il dramma: prima Musetta che annuncia l’aggravarsi della malattia di Mimì, sempre più febbricitante ("Ora son poche sere dire che Mimì, fuggita dal viscontino, era in fin di vita"...). Non basterà il manicotto della generosa amica e gli orecchini dati a Marcello perché questi possa andare a comprare le medicine per salvare il destino tubercolotico della sfortunata. E, infine, Rodolfo e Mimì si ritrovano evocando con straordinaria intensità il loro primo incontro fino al delirio di lei in preda all’agonia mentre Musetta prega e gli amici annunciano l’arrivo del dottore. Lo struggente finale con Mimì che si assopisce nella morte bisbigliando "Qui... amor... sempre con te" fino all’addolorata invocazione di Rodolfo ("Mimì!... Mimì!... Mimi!...), è prodigiosamente toccante.

La circolarità perfetta di questo esempio di teatro musicale dove l’armonia vibra fino allo spasimo grazie alle moderne sonorità, abilmente sciolte dalla magistrale intelligenza di Puccini, pretende, anche in una versione lineare come questa cinematografica di Dornhelm, una notevole perizia nel dosare i rapporti tra immagine e messa in scena.
Il regista, di origini rumene, mostra di essere all’altezza del compito, forte del suo interesse mostrato per la musica fin dalla sua esperienza, datata 1978, con il documentario I Ragazzi dell’Opera, un intelligente dietro le quinte ambientato nella prestigiosa scuola di ballo Kirov a Leningrado. Dopo aver girato, nel 1985, una dimenticata commedia giovanilistica con Tom Hulce (il protagonista di Amadeus), Echo Park, Dornhelm si è dedicato prevalentemente alla televisione dirigendo alcune fiction (ultima è l’artificiosa e costosa versione di Guerra e Pace con Alessio Boni). A proprio agio nel guidare il tenore messicano Villazòn (dalla vocalità corposa e vibrante) e il soprano russo Netrebko (intensa e passionale, bellissima ed espressiva), il regista plasma senza ricorrere a banali mezzucci, la corposa materia a disposizione, puntando sui primi piani dei suoi attori quando essi sono doppiati nel canto (von Berger ed Eroïd hanno le voci di Boaz Daniel e Stéphane Degout mentre Bracci, oltre ad interpretare Benoît, doppia i personaggi di Alcindoro e di un doganiere). Meno enfatico de Il Flauto Magico di Kenneth Branagh, più vicino allo spirito della Madama Butterfly diretta da Frédéric Mitterand (nipote dello scomparso presidente francese), La Bohème – Il Film esibisce un sobrio piglio classico (diciamolo: degno di Gallone) da film–opera d’antan, snobbando ogni ipotesi postmodernista, e consegnandoci un kolossal intimistico che ha il ritmo e la luminosità giusta per essere fruito anche dai non melomani. Del resto, la love story tra l’artista indigente e la mantenuta ammalata è un modello talmente rimasticato da tutte le scritture (cinema compreso) che il suo prototipo appare più simpatico ed attuale (perché non leggerlo come un elogio dell’empatia, in tempi come i nostri così drammaticamente latitante?) delle derivazioni e derive che lo seguirono. Merito della modernità di Puccini, campione di contaminazioni spregiudicate ben prima di Tarantino, capace di rendere materia d’epos soffitte, galosce, paraventi, manicotti e manine da preservare dal gelo di ogni inverno dell’anima.

© 2009 reVision, Francesco Puma