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La Bocca del Lupo

1h 10'

Regia: Pietro Marcello



Un film come questo, rigoroso e intenso, sarebbe piaciuto al grande De Andrè che ne avrebbe sicuramente colto l’implicito respiro pasoliniano. Ipotesi non peregrina, la nostra, visto che La Bocca del Lupo svela l’"anima divisa in due" (per citare Soldini) di Pietro Marcello, cineasta sensibile e analitico documentarista, uomo del sud ammaliato da una delle capitali del nord, Genova, di cui sa enucleare il cuore pulsante, lungo i vicoli dell’emarginazione coatta, attraverso una storia addolorata ma vitale. Già Marcello aveva rivelato il proprio sguardo letteralmente votato al paesaggio, in cui inscrivere le proprie acute notazioni, a partire da un’analisi storico–sociale, sciolte in un afflato densamente poetico: parliamo del precedente Il Passaggio della Linea, presentato alla sezione "Orizzonti" del 64° Festival di Venezia, documentario impressionista sulla scoperta del cangiante paesaggio italiano inquadrato dalla prospettiva di alcuni viaggiatori di treni e lavorato su interessanti screziature cromatiche, mai pittoricistiche, a svelare le mutazioni tra interni ed esterni, l’impatto con un tessuto paesaggistico ora intatto e ora deteriorato (a causa del devastante intervento dell’uomo) ma sempre pronto ad offrire coloriture suggestive a contrasto con l’ombroso cromatismo dell’interno del treno. Ad un viaggio allude pure La Bocca del Lupo, storia del ritorno a casa del rude e gigantesco Vincenzo, riapprodato a Genova dopo aver scontato vent’anni di galera. Il treno questa volta si è fermato al contrario dello sguardo del regista napoletano che accompagna il suo protagonista, di origine siciliana, a riscoprire l’affascinante dedalo di viuzze e viacce, ghetti e vicoli, della Genova che trasuda storia mantenendo la propria concreta e impareggiabile vitalità, capace d’ispirare scritture preziose (di poeti, narratori, cantautori) nel ventre fecondo del Novecento.

L’epifanico stupore di Vincenzo è animato da un disincanto nei confronti di una realtà urbana esposta agli umori del tempo generatore di cambiamenti inquietanti, che il film ci mostra a contrasto con i reperti d’archivio finemente lavorati: così la memoria assume le forme antiche riprese a suo tempo firmate da prestigiosi cineasti come, fra gli altri, Valentino Orsini. A scandire questa esplorazione meditata fin dentro le viscere della città portuale, c’è la voce over del trans Mary, compagna di vita di Vincenzo che con lei si ricongiunge dopo averla conosciuta in galera, ritrovando il trascorso calore mercé una modesta cena fredda. E così il film s’incolla al racconto dell’esperienza, sopravvissuta al tempo, della coppia: l’attesa di Mary, dopo mesi tra le sbarre, confortata dal ricorso prima alla comunicazione attraverso l’arcaico espediente dei messaggi muti e poi con le audiocassette registrate di nascosto, a saldare il difficile legame con l’amoroso. E se il caotico groviglio della Genova che svela l’aspro risvolto del proprio intimo e inesorabile degrado offre ai due solamente incertezza, un’ipotesi di futuro sembra risiedere nell’aggancio emotivo dell’incantamento amoroso che si rispecchia nell’affiorare continuo della memoria ancora vibrante. Evocati dalla narrazione "off" o inscritti concretamente nello scenario genovese, Vincenzo Motta e Mary Monaco sono gli ideali interpreti dei loro personaggi, emarginati ma non vinti, continuamente sedotti dal proprio stesso stupore di sopravvissuti alle asprezze della vita, colti nella desolata ordinarietà della loro spoglia abitazione comune, immersi nella casbah ligure, tra prostitute e sbandati, o durante una serata al bar intenti a intonare "Io canto" di Cocciante. Il regista Marcello asseconda questa peregrinazione, dando corpo e volume al suggestivo scenario, curando personalmente l’intelligente taglio fotografico del suo ispirato lungometraggio che si è aggiudicato il premio Fipresci e quello di miglior film all’ultimo Festival di Torino, giungendo al Forum della 60° edizione della Berlinale prima di approdare nelle nostre sale.

La Bocca del Lupo svela a tratti il proprio garbato retrogusto letterario, a partire dal titolo, preso in prestito dal primo romanzo del verista Remigio Zena (nome d’arte di Gaspare Invrea), un torinese che finì i propri giorni a Genova, capace di descrivere, nel 1892, la vividezza poetica dei suoi umili colti nel contesto dell’antica e operosa capitale marinara con una forza evocativa pienamente intercettata ed elaborata dal sapiente regista di quest’opera felicemente anomala, nata dall’iniziativa della Fondazione dei gesuiti genovesi di San Marcellino e una concreta della Indigo Film (gestita con intelligente coraggio dai produttori Nicola Giuliano e Francesca Cima) assieme all’Avventurosa Film del critico cinematografico Dario Zonta.
Sorretto dai contrappunti della colonna sonora composta dal trio ERA (una formazione italiana da non confondere con l’omonima francese che rielabora canti gregoriani), questo tagliente poema visivo, nel proporre una vera e propria esperienza sensoriale (dove immagini e sound incrociano la dimensione più profonda di una realtà ancorata al passato ed esposta al futuro), svela la qualità nascosta e ancora foriera di sorprese del panorama indipendente italiano che ha bisogno d’imprese produttive come questa per affermare la propria gloriosa tradizione e il proprio intatto prestigio.

© 2010 reVision, Francesco Puma