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Bobby

1h 57'

Regia: Emilio Estevez



"Dedichiamoci a quello che i Greci hanno scritto tanti anni fa: domare il lato selvaggio dell’uomo e rendere la vita su questa terra più piacevole e dolce."
(Robert F. Kennedy, in un discorso dopo l’assassinio di Martin Luther King Jr)


"Gente che viene... gente che va: tutto senza scopo": la celebre battuta del chirurgo di Grand Hotel, pellicola glamour di Edmund Goulding che, negli anni ’30, divenne metafora di un’America già in preda di ansie e disillusione, risuona ancora più acre ed ironica in bocca di Anthony Hopkins, custode di un altro albergo divenuto teatro di una tragica cronaca, in questo acuto ed intenso Bobby, diretto con grande passione da Emilio Estevez. Fu proprio nel retrocucina dell’Ambassador, un "cinque stelle" meta del jet-set politico – mondano dell’epoca, che il 5 giugno del 1968 si consumò un evento simbolicamente traumatico: l’assassinio del popolarissimo Robert (Bobby) Fitzgerald Kennedy, fratello minore di John ammazzato cinque anni prima a Dallas, possibile futuro presidente Usa dopo una trionfale vittoria alle primarie in California, stroncato dalla volontà (non si sa quanto agita) del giovane palestinese Shiran Bishara Shiran.
Così l’America della guerra a perdere in Vietnam abbandonò definitivamente ogni illusione d’innocenza, così venne vanificata ogni utopia di "Nuova Frontiera", ad un paio di mesi dalla caduta di Martin Luther King e mentre nelle strade si consumavano gli scontri in nome dei diritti civili, come quello in cui persero la vita tre studenti di colore abbattuti dalla Guardia Nazionale. L’uscita di scena del giovane senatore, rampollo di una dinastia discussa e potente, portatore di ideali irresistibili ed inviso a mafiosi e reazionari, lasciò il campo alla tragicommedia degli errori, protagonista quel Nixon che divenne, dopo il Watergate, il consumabile emblema di un potere allo sbando e di un primato (quello degli Usa sul mondo) impossibile.
Preferendo tenere sullo sfondo il "fattaccio" e, alla maniera del maestro Altman, concentrandosi ad enucleare il contorno di varia e significativa umanità presente nel teatro dell’orrore, il regista compone il suo mosaico evocativo affidando alle immagini di repertorio il compito di sintetizzare la figura carismatica e l’eloquio affascinante di Kennedy Junior (un po’ come, di recente, ha fatto Stephen Frears per Lady Diana nell’encomiabile, premiatissimo The Queen).

Così non ci resta che identificarci nell’umore disincantato di Hopkins, mentre lo vediamo intento a giocare a scacchi con il collega Nelson impersonato da Harry Belafonte, e seguire le vicende incasellate ad arte, dei 22 personaggi del film, agitati da malinconie e paure bastanti ad indicarci il clima che permeava la civiltà della Guerra Fredda in quell’anno cruciale. Storie private, certamente, ma utili a svelare tormenti non solo esistenziali: c’è Miriam, malinconica parrucchiera di mezza età (una ritrovata, bravissima Sharon Stone che ostenta con coraggio le proprie rughe), moglie di Paul (William H. Macy) direttore d’albergo impelagato in una relazione extraconiugale con Angela, centralinista ambiziosa (Heather Graham). E poi le altre coppie: il frustato Tim (Emilio Estevez) vessato dai capricci della moglie Virginia (una Demi Moore sorprendentemente intensa), cantante jazz che avverte l’arrivo del tramonto e si sfoga in parruccheria con Miriam (il loro dialogo è di struggente sincerità); e quella formata dai benestanti in crisi coniugale Jack (un Martin Sheen, padre del regista che ha ricoperto, in passato, il ruolo di J.F.K.) e Samantha (Helen Hunt), entrambi approdati all’ultima spiaggia dell’Ambassador con una speranza di riconciliazione. Lo spettro dei drammi politico-sociali dell’epoca rivive nella vicenda della giovane Diane (Lindsay Lohan) che si presta a sposare il coetaneo William (Elijah Wood) per evitargli di partire in Vietnam e in quella del capo del personale Timmons (Christian Slater) che paga con un licenziamento in tronco i suoi eccessi razzisti e, infine, dell’immigrato messicano Jose (Freddy Rodriguez), che confrontò la propria rabbia giovanile con la lezione d’altruismo dispensatagli dallo chef di colore Edward (un magnifico Laurence Fishburne).

Quando il delitto si consuma producendo ferite non solo fisiche e tutte difficilmente rimarginabili, il dolore sembra funzionare come una catarsi per alcuni personaggi come Jimmy e Cooper (rispettivamente Brian Geraghty e Shia Labeouf) volontari dello staff di Kennedy che scoprono l’estasi dell’Lsd attraverso lo spacciatore impersonato da Ashton Kutcher, come la giornalista cecoslovacca Lenka (la simpatica Svetlana Metkina) in cerca dell’intervista decisiva col senatore o come Susan (Mary Elizabeth Winstead), cameriera dell’Ohio che sogna di divenire una star del cinema. Dopo i colpi di pistola, lo shock produce un’emozione collettiva raccontata da Estevez con grande pudore e partecipazione, e noi ci accorgiamo di aver assistito ad una specie di rituale sacrificale compiuto da una variegata società dall’incerta cultura capace di esporre i suoi martiri sull’altare di un ideale democratico forse mai realizzabile. A confermare le tonalità e l’assunto da film indipendente (molto anni settanta), funzionano i brani evocativi della colonna sonora di Mark Isham e la canzone retrò Sound of Silence di Simon & Garfunkel che servì a creare il mito de Il Laureato.
Bobby, contributo corale ad una riviviscenza dell’immagine del dark side americano, splendidamente scritto e diretto, si chiude su alcune sequenze dove si distingue il vero Hotel Ambassador in via di smantellamento (per poterle riprendere, il regista è riuscito a far rinviare di una settimana la demolizione) e sui titoli di coda (non visti al festival di Venezia dove è stata proiettata, applauditissima, una copia in progress della pellicola) che mostrano alcune istantanee di Robert Kennedy accompagnate dal motivo di un’inedita canzone di Aretha Franklin. Uno "spleen" che suggella l’intimo assunto di questa parabola: che la Storia non possa fare a meno di celebrare i suoi eterni ritorni.

© 2007 reVision, Francesco Puma