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B. Monkey

1h 32'

Regia: Michael Radford



Tenuto nei cassetti della distribuzione italiana per un paio d'anni, B.Monkey è un noir dall'intreccio particolarmente esile, impostato su stereotipi di genere e sulla riconoscibilità di taluni caratteri cui prestano il volto (e il corpo) interpreti dal repertorio già consolidato: Asia Argento è Beatrice, dark lady che trova l'amore, e nell'amore la redenzione da un passato burrascoso; Rupert Everett è un dandy invecchiato, decadente, melanconico. Con il giovane Bruno (l'attore Jonathan Rhys-Meyers) formano un trio di ladri imprendibili, sciolto di fatto da un nuovo, inaspettato legame sentimentale.
Mentre a livello narrativo il film si sviluppa secondo un "effetto di corpus" (cioè rimanda lo spettatore ad un insieme di situazioni note), il corrispondente sistema di connotazione (il modo in cui quelle situazioni sono "costruite" dalla regia, dalla fotografia, dal montaggio) è altrettanto subordinato al già visto, nel meno nobile degli stili: il kitsch involontario. Un esempio: Beatrice, animale notturno, muove i passi felini in una notte londinese battuta dalla pioggia; le strade lucide, l'illuminazione incerta, le note languide della colonna musicale, annunciano l'apparizione dell'Amante, il maestrino elementare che le cambierà l'esistenza.

Nei dialoghi s'impone una parola letteraria che si rifiuta di appartenere al personaggio: Paul affronta l'amante Bruno con le parole di Dylan Thomas ("mi vuoi baciare od uccidere?"), ma il "Kiss or kill" non è un problema da poco; il romanziere Javier Marias ha ben scritto: "Baciare o ammazzare qualcuno forse sono azioni opposte, ma raccontare il bacio e raccontare la morte assimila e associa all'istante entrambe le azioni, stabilisce un'analogia e crea un simbolo".

In B.Monkey manca precisamente la volontà di approfondire il concetto, e ci si rifugia nel discorso comune; l'effetto di genere è qui utilizzato in chiave "autoriale", ovvero nell'ottica di uno stile cinematografico fintamente colto e ricercato, in grado di gratificare lo spettatore compiacente: il fatto che questo "riconoscimento" reciproco non avvenga rende B.Monkey un luogo dell'anti-stile, ove si giustappongono senza costrutto immagini ritenute (dal realizzatore) "belle", "suggestive", sostanzialmente esterne ad un progetto formale compiuto. La regia di Radford (noto per l'ultimo Troisi) fa uso di immagini ridondanti (tramonto-tramonto, musica jazz in atmosfera jazz), s'impaccia nei passaggi più dinamici, e riesce persino irritante nell'epilogo scozzese, inerte collage di vedute rupestri; il montaggio di Joëlle Hache oscilla pure tra l'ovvio e il distratto (si guardi all'errore clamoroso nella gestione dei piani alternati nella scena del furto dell'auto). Asia Argento, che si doppia maldestramente nella versione italiana, è un corpo cinematografico generoso nella quantità, ma definitivamente perduto alla recitazione dall'equivoco del divismo. Ma B.Monkey ha, in fondo, il merito di ricordarci le parole di Jean Mitry secondo il quale "nulla nell'espressione cinematografica è codificato, se non il luogo comune, lo stereotipo, o più genericamente il mediocre".

© 2000 reVision, Luca Bandirali





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