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Bloody Sunday

1h 47'

Regia: Paul Greengrass



Il 30 gennaio 1972 Ivan Cooper, recandosi alla marcia per i diritti civili, passa di fronte ad un cinema di Derry. Il film in programmazione è The Magnificent Seven (I Magnifici Sette, John Sturges); il cinema promette sunday bloody sunday (una domenica di sangue).

30 gennaio 1972
L'Associazione per i Diritti Civili dell'Irlanda del Nord (Ulster), capeggiata da Ivan Cooper, indice una manifestazione pacifica, insieme a gruppi locali, a Derry, dove nel 1968 è nato il movimento. Gli organizzatori si accordano con l'IRA - il braccio armato nord irlandese - per evitare atti di violenza, tentando anche di arginare eventi simili e isolati, ma l'esercito britannico guidato dal generale Robert Ford - il braccio armato del governo Unionista di Belfast e di quello britannico - nel frattempo organizza la repressione servendosi del primo Battaglione del Reggimento di Paracadutisti. Che cosa vogliono i manifestanti? Non intendono certo realizzare una rivolta per l'indipendenza, più semplicemente spingere al riconoscimento e alla risoluzione della violazione di un diritto: l'internamento senza processo degli irlandesi cattolici, introdotto con lo Special Powers Act, che prevede oltretutto l'arresto senza motivazione. Il corteo intende muoversi secondo un tragitto già divulgato, ma la presenza dei parà in una zona denominata Barrier 14, interrompe la manifestazione a Free Derry, invece di concludersi come da accordi di fronte al municipio (in maggioranza protestante nonostante la città abbia una popolazione maggioritaria cattolica). L'intenzione è chiara da parte dell'esercito: esasperare i manifestanti, provocare con la loro presenza a fucile spianato disordini, costringere le persone in un imbuto da cui sarebbe difficile uscire in caso di tumulti. Così avviene. Giunti alla Barrier 14 molti dimostranti - alcuni non capendo ciò che sta accadendo procedono ignari, altri esacerbati si fronteggiano con i militari e la polizia inveendo e lanciando pietre - sono intrappolati, e mentre Cooper ed altri riescono a recuperarne alcuni raccogliendoli a Free Derry Corner, i parà iniziano a sparare. Non proiettili di gomma, come era accaduto altre volte, ma proiettili veri. Stretti nel quartiere di Bogside muoiono, uccisi a sangue freddo e secondo le prime stime, 13 persone disarmate (a conclusione della strage saranno 27, di cui 14 morti accidentalmente) e molte altre sono ferite. L'inchiesta che segue, presieduta dal magistrato Lord Widgery, si conclude senza che nemmeno un militare sia incriminato. Quella domenica l'unico risultato raggiunto è l'eliminazione della lotta pacifica - Cooper è un ammiratore di Martin Luther King - e l'aumento nelle file dell'IRA di giovani irlandesi, molti dei quali presenti alla marcia, alcuni parenti e amici dei morti.

Questa è la storia e la trama del film, nel quale, oltre Ivan Cooper (un bravo James Nesbitt, lontano chilometri da Lucky Break), troviamo altri personaggi realmente esistiti e coinvolti negli eventi, come Gerry Donaghy (interpretato da Declan Duddy, nipote di Jackie Duddy il primo a morire a soli diciassette anni). Per Greengrass Bloody Sunday è un tentativo, oltre che di fare i conti con la memoria, di ricreare un dialogo - il regista da sempre si occupa del "problema" Ulster, dalla serie televisiva World in Action, intervistando i militanti dell'IRA nel carcere di Maze (1982), al libro, scritto insieme a Peter Wright, Spycatcher (utilizzato fra le altre documentazioni da Ken Loach per Hidden Agenda, dura accusa ai sistemi d'occupazione britannica dell'Irlanda del Nord e film scandalo sulla scalata al potere della Thatcher). Attraverso il coinvolgimento della popolazione di Derry e Belfast e dei parà - in entrambi i casi molti dei quali presenti allora -, si è venuta a creare un'occasione unica: porre le due opposte fazioni a contatto concretando un evento catartico che fosse occasione per gli inglesi di abbandonare la rimozione della tragedia, e per gli irlandesi continuare a ricordare tentando di rigenerare quel sentimento pacifico che da quel 1972 ha perduto il suo sistema organizzativo.
Tecnicamente ed esteticamente erede del miglior cinema realista (dichiarata l'influenza del Pontecorvo de La Battaglia D'Algeri), Bloody Sunday risente positivamente di due forme di ricreazione della realtà ampiamente utilizzate in primis da Ken Loach: l'utilizzo dello zoom (prezioso per il suo contributo non invasivo nel "catturare momenti reali" conservandone la credibilità, bagaglio esperenziale di chi ha lavorato ed è nato registicamente in tv,) e la "hidden camera", ossia l'impressione che la mdp stia spiando i personaggi (le scene di vita privata sono girate sempre a distanza, per esempio dal di fuori delle stanze lasciando intravedere finanche gli stipiti delle porte) tipica dell'esperienza documentaria. Da qui una grande mobilità della mdp, i rumori come parte essenziale della narrazione - i telefoni che continuano a squillare nella prima parte del film, sia a casa di Cooper e nel quartier generale dell'organizzazione, sia negli uffici dell'esercito, squilli che rammentano il grande fermento e al contempo irritano per il loro significato di suspence, di preparazione a qualcosa di tragico -, la musica (Dominic Muldoon) così compenetrata nella storia da perdersi efficacemente nell'insieme dei rumori diegetici, il mix tra attori professionisti e non - in tal caso con l'enorme addizione di emozioni per la presenza di testimoni dell'epoca. L'intento di coinvolgere lo spettatore nell'evento, indignandolo più che rendendolo emotivamente partecipe e apprensivo nei confronti di un singolo personaggio, completa la scelta di Greengrass attento nel preservare la tragedia collettiva, pur non rinunciando a cogliere aspetti privati mediante un processo, quindi, che si attua partendo dalla Storia per giungere a piccole storie personali.

Film epico, crudo come un improvviso pugno allo stomaco, è il risultato del rispetto del suo regista nei confronti dei fatti narrati, un rispetto che non consente un seppur microscopico elemento che possa inquinare la loro rigorosa ricostruzione (ricordiamolo, per molti è significato partecipare ad uno psicodramma), trovando quel giusto amalgama che solo il miglior cinema realista (pur con tutte le sfumature che racchiude tale definizione) riesce a raggiungere.
In conclusione, vorrei ricordare Ivan Cooper che da allora lasciò la sua attività in difesa dei diritti umani, dimenticato dai più, sconosciuto a molti; il suo ideale era un società giusta da ottenere pacificamente (e pacifista è una definizione che non piace più nemmeno a chi oggi è tale, tanto da dover mettere in aggiunta sempre qualche aggettivo che li differenzi da quelli di allora) oltre le barriere, reali e mentali, che lo avrebbero voluto come protestante dall'altra parte, magari imbracciando un fucile.

© 2002 reVision, Emanuela Liverani





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