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Le Grand Bleu

1h 59'

Regia: Luc Besson



Cosa suggerisce quella ripresa un po’ dall’alto che scivola freneticamente sulla superficie del mare? È forse il passaggio (definitivo) da un cinema di auteurs ad un cinema d’effetti speciali, di cartoline e bei paesaggi, ma invero povero di concrete visioni dello spirito? Lo storico francese René Prédal è lapidario nel suo saggio sul nuovo cinema francese (Le jeune cinéma français, Nathan Cinéma), dice: “la creatività sembrava svegliarsi come se la scomparsa di François Truffaut nel 1984 aveva realmente segnato la seconda morte della Nouvelle Vague. Certo alcuni divertissement possono essere di qualità (La Vita È Un Lungo Fiume Tranquillo di Etienne Chatillez, 1988), ma le rivelazioni mediatiche di un Jean Jacques Beinex (Diva, 1980) e d’un Luc Besson (Le Grand Bleu, 1988) non hanno niente a che vedere con l’espressione artistica. Cinema d’effetti speciali con forme di spot pubblicitari, riciclando temi e immagini alla moda…”. Da ciò s’inferisce la responsabilità del cinema degli anni ottanta nel costruire immaginari che poi apparterranno, negli anni successici, definitivamente alla televisione.
Le Grand Bleu appare così, in una prospettiva non storica, come una fiction documentario (tra Superquark e qualsiasi soap opera) laddove si ha il gusto (buono o cattivo secondo il giudizio soggettivo) di raccontare le grandi imprese di due uomini, attraverso l’inserimento di gag o di veri e propri aspetti caricaturali dei personaggi, in particolare di Enzo Maiorca (trasformato in un nomignolo, Enzo Molinari, che ha forse solo lo scopo di irridere ancor di più l’italianità chiassosa e volgare del personaggio). Anche Mayol appare fin troppo ottuso nei panni del bambinone goffo e la sua compagna Johana (Rosanna Arquette) è del tutto priva di riferimenti psicologici.

I protagonisti di Le Grand Bleu sono costretti a espressioni laconiche, a rappresentare un teatrino di umanità che si avvicina (involontariamente) al grottesco e con Sergio Castellitto (grande esperto del genere grottesco) i personaggi minori disegnano un mondo confinato nello stereotipo o più semplicemente nella sterile fissità del luogo comune (soprattutto la famiglia di Maiorca con la zia asfissiante che cucina giganteschi piatti di spaghetti che tutti devono mangiare per non offendere il temibile orgoglio siculo). Che il vero Enzo Maiorca si sia sentito offeso per il ritratto di Besson non meraviglia affatto. Meraviglia invece il sostanziale vuoto di immagini culminante in quella ripresa iniziale ad effetto già citata. Le ossessioni vere dei due uomini rimangono inespresse, quasi intrappolate da queste pesanti maschere confezionate ingiustamente da una sceneggiatura oscena. Quando i due s’immergono, cerchiamo inutilmente di respirare la tensione del grande blu, le profonde, insondabili, oscurità del mare e dell’anima, ma le ombre non inquietano, il gioco del doppio non sgomenta, il senso di immensità del mare non si trasmette. Resta soltanto la percezione sfumata di un sentimento (del mare) titanico, di un avvicinamento tra elementi della Natura, dimensioni parallele del cosmo che si frantumano in una apertura ancora tutta da scoprire. Sono forse alcuni istanti di un incubo o sogno (di Mayol), di una perdita definitiva della misura antropologica di fronte al confine estremo dell’umanità e alla scientifica convinzione di un limite.

© 2002 reVision, Andrea Caramanna



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