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The Blair Witch Project

1h 27'

Regia: Eduardo Sanchez e Daniel Myrik



Difficile è definire The Blair Witch Project un film, così come è difficile definirlo un documentario. Il lungometraggio, ideato da due giovani ed intraprendenti registi statunitensi a corto di soldi, Eduardo Sanchez e Daniel Myrik, si muove a tentoni nel territorio sospeso tra le due espressioni visive. Sfruttando questo status privilegiato The Blair Witch Project si rivela essere uno dei più eclatanti processi di mistificazione della realtà nell'era di internet. Rovesciando qualsiasi logica filmica nulla, o quasi nulla, avviene all'interno del lungometraggio. Tutto, o quasi tutto, accade al di fuori della pellicola. Siti sul world wide web, speciali televisivi, libri e dossier cartacei, addirittura cd musicali. The Blair Witch Project rappresenta la morte del cinema come espressione artistica. Presa come provocazione, o come cruda realtà, è proprio da questa asserzione che dovrebbe partire qualsiasi tentativo di dibattito sull'opera. La strega di Blair non uccide (?) solo i protagonisti del docufilm, la sua vittima più illustre è la settima arte.

Ottobre 1994 tre studenti si recano nei boschi attorno alla cittadina di Burkittsville, Maryland, per girare una documentario sulla leggenda della strega di Blair. I loro nomi: Heather Donahue, la regista e fautrice del progetto, Joshua Leonard, il tecnico delle immagini, e Michael Williams, il tecnico audio. Dopo aver effettuato e ripreso varie interviste nella cittadina, il 21 ottobre i tre si addentrano nella foresta. Strani avvenimenti, voci di bambini in lontananza, rumori di passi, accompagnano le loro notti. Queste esistenze si manifestano apertamente segnalando la loro presenza con oggetti rituali lasciati nei dintorni dell'accampamento dei giovani. Strani cumuli di pietra, piccoli mazzi di ramoscelli d'albero, strane figure umanoidi formate con i rami degli alberi e ad essi appese. Ben presto ciò che doveva essere una semplice avventura nel bosco si trasforma in incubo. Incubo che si aggrava quando Joshua scompare misteriosamente. I due superstiti vengono perseguitati nella notte dalle grida di dolore del loro amico. Grida che guidano Heather e Michael verso una strana casa nel bosco. E' in questo luogo che termina il film con un finale aperto e volutamente ambiguo.

Una storia semplice, quella raccontata da The Blair Witch Project. Uno stile ancora più semplice. Tutte le riprese sono effettuate dagli stessi protagonisti utilizzando due telecamere a mano. Una telecamera sedici millimetri in bianco e nero, inizialmente destinata al "racconto oggettivo" del documentario, e una piccola videocamera 8 millimetri a colori destinata a riprendere i momenti privati e personali del gruppo. Una rigida distinzione iniziale sui modi e oggetti della visione che cade miseramente quando il pianificato documentario sulla strega di Blair si trasforma in un disperato diario dei tre giovani. I ragazzi rivolgono sempre più frequentemente la camera verso se stessi, diventando allo stesso momento soggetti ed oggetti del vedere. La videocamera si trasforma in protesi meccanica in grado di trasmettere "visivamente" al pubblico l'angoscia e le tensioni disegnate sul volto dei protagonisti. In questo particolare contesto cinematografico la mancanza di "stile" risulta essere il vero ed unico stile di The Blair Witch Project. A questa mancanza di "stile" visivo si associa un "grado zero" della narrazione. Nessuna sceneggiatura, nessuna direttiva, dialoghi lasciati alla libera improvvisazione dei protagonisti, il film sembra modellare il suo metodo narrativo sulle regole dei giochi di ruolo. Personaggi rozzamente delineati nelle loro caratteristiche base, pronti ad evolversi durante il gioco, una trama aleatoria da seguire e incline alla mutazione, un game master che tiene in mano i fili del gioco controllando e consigliando i giocatori sulle mosse più opportune da compiere. E' chiaro in questo caso che del ruolo di game master sono investiti i due "registi". Nel metodo escogitato dai due registi del film, i già citati Daniel Myrick ed Edoardo Sanchez, attori e spettatori sono realmente posti sullo stesso piano. Accostando ad uno stile visivo praticamente inesistente, uno stile narrativo in grado di autoprocrearsi, si cerca di dare allo spettatore l'illusione di essere parte integrante del gioco.

La completa assenza di referenti cinematografici e l'importanza data al senso dell'udito rappresentano due importanti caratteristiche dell'opera. In The Blair Witch Project tutto accade al di fuori di ogni schema narrativo di genere. Nulla è stabilito, nulla si conosce della narrazione. Poco o nulla viene mostrato in The Blair Witch Project. Più volte lo schermo è oscurato, completamente nero. Si odono solo le voci affannate dei protagonisti, o quelle in lontananza di bambini che piangono disperati nella notte. Pur trattandosi di "cinema" le immagini contano poco o nulla. Il senso della vista è relegato in secondo piano rispetto a quello dell'udito. Sono i racconti delle persone, i rumori confusi del bosco notturno, il pianto dei bambini nel buio, le urla strazianti di Joshua a costruire l'immagine della paura. Un'immagine mentale personale, individuale. Una inquietudine più intima, legata alle paure ancestrali di ogni singolo spettatore. Prima fra tutte la paura del buio. Nella società moderna vedere è conoscere. Al buio è impossibile conoscere. In The Blair Witch Project più volte lo spettatore è lasciato fisicamente al buio. E' lo spettro delle paure interiori dell'individuo che guarda ad essere chiamato in gioco per riempire i vuoti immagine. Tutto il peso emotivo del film ricade sul singolo spettatore. Un individuo che guarda e non vede, che pensa di conoscere e non conosce ciò che gli si presenta innanzi. L'ignoto è più emotivamente suggestivo del noto, l'invisibile del visibile. Andando ad agire sui meccanismi primordiali della paura The Blair Witch Project costruisce un prodotto horror fortemente emotivo e coinvolgente. A patto di essere disposti a stare al gioco. Come per tutte le leggende, anche quella costruita attorno alla strega di Blair pretende, per poter funzionare, che qualcuno gli creda. Ciascuno di noi ha conosciuto la "sua" strega di Blair, ciascuno di noi si è svegliato nella notte disturbato da un rumore misterioso. Tutti abbiamo paura della strega di Blair. Nessuno escluso.

© 2000 reVision, Fabrizio Pirovano