![]() |
Copertina | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | CineLinks | Scriveteci |
||
![]() |
Blade II1h 56'
Regia: Guillermo del Toro All’interno del genere horror è possibile assistere ad una crisi che è dovuta solo in parte all’incapacità di aggirare
l’ostacolo rappresentato da un divenire storico sempre meno rispettoso dei valori stabiliti e sempre più affidato al rapido affermarsi
di una sorta di esplicita "epochè", di irrispettosa sospensione del giudizio, che prevede rapidi balzi in avanti e più meditati ritorni
di fiamma per un passato ovviamente immobile e per questo decisamente rassicurante, purché nel quadro di un sommarsi di spinte che non
lasciano intravedere nessun nuovo soggetto collettivo, nessuna identità mutante.A ben vedere, si tratta, infatti, anche di qualcosa di più e di diverso, che ha a che fare soprattutto con il venire meno di quella tensione conoscitiva che aveva caratterizzato ancora tutto il "new horror" americano degli anni ’80 e ’90, progressivamente sostituita dall’affermazione, sganciata da qualsiasi dialettica degli opposti, di una visione del mondo che tenta di privilegiare uno sguardo a focalizzazione debole rivolto ad un quadro sociale dove sembra prevalere l’azzeramento di ogni spinta alla dilatazione dei campi semantici, improvvisamente costretti entro griglie interpretative che privilegiano l’evidenza del fatto, ovviamente sganciato dallo sfondo di pensiero che dovrebbe costringerci ad interrogarci con maggiore convinzione (e, aggiungo, con maggiore senso di realtà) a proposito dei simulacri che hanno ormai sostituito quasi completamente la capacità rinviante, l’apertura di senso consentita dai simboli. Blade II è un ottimo esempio in questo senso: si pensi soltanto all’incapacità (voluta, sottolineata) di situare la figura del protagonista, di Blade (Wesley Snipes), l’"eroe dei due mondi" (è figlio di madre umana e di padre vampiro) all’interno di un mondo che possa essere qualcosa di diverso dall’espressione concentrata, a tratti decisamente opaca di un mondo della tecnica dove il diverso, in questo caso il "reaper", che per sopravvivere ha bisogno di uccidere anche i propri cugini vampiri, non può che essere colui che paradossalmente contribuisce alla pulizia di una "noosfera" fin troppo ricca di messaggi contrastanti e - quel che è peggio - espressione di un "pensiero debole" al quale è bene reagire privilegiando l’azione, la velocità, l’astuzia prestata al combattimento, non certo il richiamo ad una nozione del mondo, della realtà che potrebbe portare troppo lontano, fino a far perdere quella concentrazione che è capacità di annullare il proprio pensiero nell’azione che si è chiamati a compiere. Quello che potrebbe sembrare sforzo teso ad annullare la fatica del combattimento, quasi volontà di astrazione da arene non certo
mediatiche (il mondo di Blade è immerso in una oscurità perenne, che rinvia forse ad una notte dell’animo), eppure così vicine alle leggi
non dette della civiltà dello spettacolo, dove prevale la componente "agonica" di un pensiero che deve riuscire in qualche modo a negarsi,
pur di arrivare a conquistare la propria intima volontà di superare, di annullare la coazione a ripetere della quale teme in ogni momento
di diventare schiavo, si rivela dunque qualcosa d’altro.Blade è l’eroe che ha smesso di interrogarsi, pur di raggiungere quell’intima conoscenza della notte, entro la quale è possibile muoversi senza che i fantasmi che si incontrano possano in alcun modo confondersi con un richiamo ai doveri, ai codici che si è deciso di dimenticare nel momento in cui si è deciso di annullarsi nella moralità profonda eppure invisibile della missione nella quale ci si è a poco a poco identificati. Accade così che qualunque immagine di Blade II cessa di produrre quella vertigine salutare, a partire dalla quale è possibile riprendere sentieri interrotti con una convinzione rinnovata, con un vigore che viene da una accresciuta conoscenza dei propri bisogni e delle proprie necessità, fino a diventare meccanica, automatica riproposizione di snodi teorici che autori come John Carpenter o George Romero hanno affrontato in passato con grande felicità espressiva e soprattutto con una libertà che era testimonianza indiretta di una capacità di osservazione maggiore, dovuta forse ad incapacità di vedere o ad uno sguardo proteso verso un oltre che si è smesso di intravedere ora che si è tutti un po’ più vicini alla consistenza (falsamente) materica del reale, anche solo cinematografico. © 2002 reVision, Marco Marinelli |
|
|
Copertina | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | CineLinks | Scriveteci |
|||