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Blade

2h

Regia: Stephen Norrington



Un film di vampiri, si potrebbe dire di Blade, che dal corpo del genere (o sottogenere) sugge il nutrimento: e poco altro. Blade è la versione Blaxploitation di un horror tecnologico dei nostri tempi, ed in questo tipo di anacronismo è il suo tratto distintivo. Non staremo qui a dilungarci sul vampiro cinematografico; certo però che il western di Carpenter con James Woods almeno una piccola verità la diceva: lo stile gotico, tutto verticale, non si addice al Cinemascope, che privilegia l'orizzontale. Questo film, dal canto suo, sposa un'estetica autenticamente kitsch e rivitalizza (col morso) il Neogotico del grattacielo americano, accostandovi scenografie di gran gusto: spazi vuoti, acciaio, superfici smaltate. Introducendo le questioni di stile, è importante ricordare che Blade è la trasposizione di un fumetto della Marvel: da qui discendono le scelte principali di regia, casting, ambientazione.

Bisogna dire che il film è costruito sull'alternanza di blocchi di sequenze estremamente dinamiche e blocchi di sequenze statiche. Nelle prime i personaggi lottano, le note dominanti sono l'inverosimiglianza e la potenza muscolare, il montaggio è frenetico, la macchina da presa si avvicina all'attore (per confondere, ad arte, l'azione); nelle seconde lo spettatore dovrebbe entrare in confidenza con le psicologie di eroe e antagonista, con le rispettive storie.

Il difetto più evidente del contenuto "dinamico" è nella pessima interazione tra l'immagine fotografica e quella digitale: il vampiro che si sgretola è un effettaccio da B-movie (e pensare che il regista di Blade viene proprio dal mondo degli FX). Per il resto, sono invece i ritmi più meditati delle scene coi dialoghi a risultare tediose: un montaggio più accorto ci avrebbe consegnato un film anfetaminico e insostenibile, ma senza dubbio migliore. L'eroe Blade, uomo-vampiro, è interpretato da Wesley Snipes, che come attore ha un repertorio più limitato di Steven Seagal; più interessante la spalla Kris Kristofferson, meraviglioso reduce dei Settanta (Scorsese, Peckinpah). Le coreografie del film, curate dallo stesso Snipes che è un appassionato del cinema di Hong Kong, mettono in rilievo la preferenza per il genere Wu-xia-pian (cappa e spada), ma qui le acrobazie sono più della post-produzione (come accadeva in Matrix) piuttosto che degli attori: siamo lontanissimi dal valore delle performance di un Jet Li o di un Jackie Chan.

© 2000 reVision, Luca Bandirali





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