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Birdwatchers - La Terra degli Uomini Rossi1h 43'
Regia: Marco Bechis Nei film del regista italo–argentino Marco Bechis, la rappresentazione della violenza è raccontata con un dolore
profondo, lo stesso che ci rende annichiliti di fronte all’orrore della Storia. Scopriamo così necessario il cinema rigoroso
e pungente (come filo spinato) di questo autore realistico ed ispirato, fatto di immagini flagranti ed essenziali che lasciano
sempre il segno. Sin da dallo splendido esordio con Alambrado del 1991 (ambientato nella landa desolata della Patagonia,
fatta di vento e di polvere, protetta da un vecchio scozzese disposto ad affrontare i rappresentanti di una multinazionale che
volevano occuparla) Bechis mostra una sensibilità speciale, confermata da Garage Olimpo, che
s’inoltra nel doloroso tema dei desaparecidos durante la dittatura argentina del 1978, e dal successivo Figli
– Hijos dove la stessa tematica si sviluppa scavando in un passato storico assai doloroso. Bechis intuisce che le tragedie
dei popoli possono essere raccontate attraverso il rapporto tra l’identità individuale e la terra d’appartenenza. Terra intesa
come patria, come territorio spesso occupato ed usurpato, trasformato in un teatro di conflitti estremi, dove ci si batte per
conservare la dimensione umana e i suoi valori di memoria e tradizione.Il nuovo viaggio di Bechis ci conduce nel Mato Grosso do Sul, in Brasile, ambientazione di questo suo ultimo BirdWatchers – La Terra degli Uomini Rossi, un toccante dramma antropologico presentato in concorso all’ultima edizione della Mostra di Venezia. Intendiamoci, siamo ben lontani dal mediocre filmone avventuroso–sentimentale, Mato Grosso, che John McTiernan ha diretto nel 1992 (coinvolgendo il grande scozzese Sean Connery) come dallo spettacolare e metafisico Mission di Roland Joffé (da ricordare per le memorabili musiche di Ennio Morricone). Quello di Bechis è un film che aggancia la chiave epica di Sergio Leone matericamente e realisticamente proteso a raccontare i contrasti fra natura e cultura, con una poetica del "silenzio" alla Herzog, nell’inquadrare (come ha fatto recentemente il regista Rolf De Heer con gli aborigeni australiani in 10 Canoe) le abitudini degli indios Guarani-Kaiowá. Di grande caratura è lo scrupoloso lavoro di ricerca storica che illustra le difficili condizioni degli indios brasiliani insieme all’accurata selezione musicale che ha condotto il regista lungo il percorso creativo di Domenico Zipoli (1688 – 1726), compositore ed organista di origine argentina (uno dei nomi di rilievo del Settecento strumentale italiano) ricordato principalmente per le sue "Sonate d’intavolatura per organo e cimbalo" composte nel 1716, nello stesso periodo in cui entrò a far parte della Compagnia di Gesù. Lo stile di Zipoli è accostabile a quello di Frescobaldi (e per certi versi alla sobrietà ispirata di Pasquini) anche se i suoi oratori, le sue messe e cantate, fanno parte di un corpus assai originale ed estroso sorretto dal magistrale controllo della morbida forma. Tale filologico recupero di suggestioni storico–estetico–musicali (per queste ultime è notevole l’apporto delle originali composizioni di Andrea Guerra) sostengono la raffinata impresa di Bechis, cineasta impegnato e colto. Entriamo dunque nell’orizzonte–altro di BirdWatchers – La Terra degli Uomini Rossi: la stirpe degli indigeni Guarani-Kaiowá
ha una discendenza che risale alla fine del Seicento ed una storia agganciata ai valori spirituali nonostante il rifiuto, da
parte di questo popolo, di far parte delle missioni dei Gesuiti. Hanno una casa di preghiera e un capo religioso che chiamano
il "pajé". Sono divisi per gruppi e danno valore primario alla terra che, per loro, è fonte ed origine della vita. Quando i
Guarani subiscono le invasioni degli usurpatori, intenzionati a sfruttare commercialmente il loro territorio, considerano tale
atto un attentato che danneggia gravemente la loro salute, il loro stile di vita, la loro cultura. Dalla fine dell’Ottocento
ad oggi, questo popolo originario del Brasile ha subito il disboscamento delle terre da parte di corporazioni formate da allevatori
e coltivatori di tè, riducendosi così a vivere in condizioni precarie, in minuscoli appezzamenti di terreno simili a delle bidonville,
circondati dai soffocanti ranch e piantagioni, subendo le conseguenze di un dissesto ecologico le cui prime vittime sono i bambini
che soffrono di gravi forme di malnutrizione. La loro reazione a tali manifestazioni di modernità degenerata (ricordiamo che
il Brasile è uno dei più grandi produttori di biocombustibili al mondo, un paese dove le automobili funzionano ad etanolo ricavato
dalle canne da zucchero che provengono da quelle foreste) è il suicidio: ben 517 sono, negli ultimi vent’anni, i Guarani-Kaiowá
costretti al gesto estremo (la più giovane era una bambina di nove anni, Luciane Ortiz). Per fronteggiare tale massacro indotto
è stata fondata l’associazione "Guarani Survival Fund" (ogni euro raccolto serve a sostenere il diritto alla dignità di quella
comunità, basta connettersi al sito www.guarani-survival.org).
Il film incide nel corpo marcio di un sistema fondato sulle implacabili leggi dell’economia globalizzata, dove le riserve naturali
diventano un mero strumento economico per alimentare l’accumulo miliardario delle industrie. E’ questo che racconta Bechis col
suo nobile film, ambientato nel contemporaneo Mato Grosso. I fazendeiro conducono la loro vita agiata ed annoiata, trascorrendo
delle serate in compagnia di turisti che vogliono guardare gli uccelli (da qui la definizione "birdwatchers" del titolo). Dall’altra
parte, nelle riserve, i Guarani-Kaiowá si ritrovano a lavorare in condizioni di semi–schiavitù nelle piantagioni di zucchero.
L’ennesimo suicidio scatena la ribellione: gli indigeni, guidati dal loro leader Nádio (Ambrósio Vilhalva) e dallo sciamano
Nhanderu (Nelson Concianza), si accampano ai confini di una proprietà dei fazendeiro reclamando la restituzione delle loro terre.
Il conflitto, prima metaforico e poi reale, viene raccontato dal regista con analitica puntualità, nel tracciare il progressivo
fronteggiarsi delle fazioni e con uno straniamento epico che non esclude il ricorso alla suspense di matrice hitchcockiana.
Non mancano i momenti forti come la straziante sequenza dove Tito (Poli Fernandez Souza) e Ireneu (Ademilson Concianza Verga),
s’inoltrano nella foresta e scoprono i cadaveri di due ragazze indie impiccatesi a un albero (immagine di una travolgente presa
di coscienza). I due fazendeiri sono interpretati da Chiara Caselli e Leonardo Medeiros mentre Claudio Santamaria è Roberto
detto "lo spaventapasseri", sottoposto del fazendeiro proprietario del terreno e da questi incaricato di fare la guardia ad una
roulotte compito che egli espleta diligentemente fino a quando nasce una relazione con l’indigena Mami (Eliane Juca Da Silva):
la sequenza dell’incontro erotico tra i due ammorbidisce la tensione (con il sottolineato entusiasmo della ragazza per le doti
virili dell’italiano). Un’altra relazione amorosa, sviluppatasi nel drammatico contesto, è quella tra Tito e una figlia del
fazendeiro, conducente ai tragici risvolti che non vogliamo raccontare. Restano da sottolineare certe analogie, come quelle
che, sul finale richiamano un episodio di Figli – Hijos, quando il figlio di un ex–ufficiale
argentino, scopertosi sradicato, tenta di suicidarsi non aprendo il proprio paracadute, per poi ritrovarsi in Argentina a
manifestare da militante dissidente, rompendo definitivamente il legame con la sua identità fittizia. Sceneggiato da Marco
Bechis, assieme a Luiz Bolognesi ed alla fedele Laura Fremder, BirdWatchers – La Terra degli Uomini Rossi è un film
che coniuga l’avventura con l’impegno civile, narrandoci di un misconosciuto genocidio esemplare. Si tratta di un estroso
esempio di docufilm capace di accostarsi all’altro lato del mondo per sondare i riflessi di una comune condizione, facendo
coincidere le ragioni dell’ellissi poetica con quelle dell’ellissi politica, come sapeva fare il buon cinema di una volta.
© 2008 reVision, Francesco Puma |
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