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Billy Elliot1h 50'
Regia: Stephen Daldry Vi sono premi che non si limitano a valutare un’opera, ma che letteralmente la "creano": ecco perché finché esisteranno gli Oscar,
esisteranno film come Billy Elliot. Per comprendere a pieno questo esemplare, è dunque necessaria una breve classificazione
dell’intera specie. La quasi totalità delle pellicole extra-americane che intendono riprodursi nell’habitat della Academy Award deve possedere alcuni fondamentali requisiti: 1. Il bambino. Il quale, a seconda delle convenienze, può incarnarsi nelle più diverse figure: ultimo imperatore, piccolo Buddha, aiuto proiezionista, guardone incallito, ebreo deportato, figlio di boss mafioso... 2. Tipicità locali. Essenziale è sfruttare al meglio il kit scenografico che ogni paese impone: per la Sicilia occorrono coppole, chiese barocche, capelli corvini, polipi allo scoglio, sole pietrificato sullo zenit; per l’Inghilterra serviranno invece birrerie, mattoni rossi a facciavista, uova e ketchup sulla tavola, guance rubizze, neve... 3. Contrasti elementari e universalmente condivisibili. I primi scaturiscono direttamente dal punto 1. (Innocenza vs Maturità) e dal punto 2. (Casa vs Altrove). Gli altri debbono necessariamente attingere da un repertorio di concetti immobili e atemporali; per restare solo ad esempi italiani: Postino vs Poeta; Pacifica Isola Greca vs Mondo in Guerra; Tragedia del Lager vs Gioco Infantile... Probabilmente il più grande specialista mondiale nel manipolare tale struttura è proprio il nostro Tornatore. Ma c’è da dire che in lui
permane quasi sempre uno scarto, un residuo malcelato di "trasgressione autoriale": inquadrature ridondanti, un certo gusto per le sequenze
prive di dialoghi, zoom troppo marcati sulla gonna di Monica Bellucci...Lo sconosciuto Stephen Daldry, invece, segue le regole con un ossequio che confina con l’aridità. Per questo, se Billy Elliot può essere superficialmente paragonato a Full Monty per il comune contesto storico (la crisi industriale inglese degli anni ’80), non possiede purtroppo nemmeno una briciola della sua schietta rozzezza, del suo arruffato ma genuino senso di disperazione. Suoi veri referenti, inconsci o meno, sono piuttosto cose tipo Kolya o Pelle Alla Conquista Del Mondo (entrambi con bambino, e con l’Oscar al miglior film straniero), o anche Central Do Brasil (senza Oscar, perché soffiatogli dal bambino di Benigni). Favolette pseudo-problematiche che con una mano denunciano il problema e con l’altra lo nascondono; che prima si impegnano ad illustrare le più scottanti questioni contemporanee e poi negano sul filo di lana tutti i propri assunti, in nome di un’ideale pacificatorio e apolitico: che cioè qualsiasi disuguaglianza economica e sociale può essere superata grazie ai buoni sentimenti e alla saldezza degli affetti umani. Ovvero: qualsiasi padre di famiglia vedovo e disoccupato può cavarsela se ha la ventura di avere un novello Nurejev per figlio; e magari pur di pagargli la scuola di danza è perfino disposto a tradire i suoi compagni di sciopero e passare dalla parte dei crumiri. Davvero una bella morale, per un film che per buona parte sembra proclamarsi anti-thatcheriano. Ma pur di mostrarsi degni di una razza eletta si fa di tutto. © 2001 reVision, Dante Albanesi |
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