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Big Fish

2h 05'

Regia: Tim Burton



C’è sempre un’agitazione verso la distruzione del reale, o meglio, la sottile linea della realtà/verità è infine soppiantata dai miti, dalle leggende, più banalmente dalle storie. Il confronto diretto tra padre e figlio si sviluppa attorno al vuoto della realtà cercato ostinatamente dal figlio Will. Edward Bloom ha raccontato per tutta la sua vita gli aneddoti più strani e folgoranti, come quello sulla improbabile nascita, espulso come un razzo dalla vagina della madre ed inseguito per il corridoio dal personale dell’ospedale, mentre continua a scivolare come il pesce guizzante dell’episodio chiave della sua Storia. La realtà corrisponde alla miseria del mondo, alla materia priva del sogno umano, che Burton riesce a far coincidere splendidamente con un ottimista sogno americano che percorre un pezzo di Storia statunitense (laddove anche i piazzisti sono creature fantastiche che vanno in giro per il mondo) e generale progetto ideale di vita e d’amore (soprattutto la fedeltà coniugale), contro le solitudini, i silenzi della non comunicazione tra esseri umani. Non a caso Will comunicherà con il padre solo rendendosi conto della grandezza di quel Narrare Storie, dell’operazione necessaria della mente, nell’incessabile fantasticare oltre il tempo e lo spazio. Il film stesso è una costruzione continua di iperboli, di spazi e tempi metafisici attraversati, senza regole, da creature stupefacenti: i mostri che diventano esseri totalmente benevoli, il gigante buono, le gemelle siamesi attaccate per il ventre, la strega con l’occhio che scrutato rivela il momento della morte, i ragni volanti e naturalmente il big fish, vero e proprio totem che segna indelebilmente la vita di un uomo unendola alla vibrazione universale della Natura e dei suoi elementi fondamentali come l’acqua.
Il cinema di Tim Burton insegue la splendida utopia di un’armonia del Creato, che può essere intravista solo attraverso lo sprofondamento nei gorghi bui, raccapriccianti, dei segni della Terra e delle creature "bestiali" che la popolano. Edward Bloom è certo l’incarnazione della fiducia oltre ogni apparenza, perché è colui che si avvicina ai "mostri" per ascoltarne le recondite angosce, ed è lui che trasforma il buio, la distruzione, il nulla, in luce, costruzione e vita.

Tim Burton scegliendo lo stesso nome del protagonista di un altro suo film, Edward (mani di forbice), allude chiaramente alle pratiche del corpo e alle dinamiche dello sguardo sul corpo. Ci troviamo di fronte a esperienze narcisistiche. All’inizio Will manifesta la sua inquietudine nei confronti del padre Edward (dice di non voler essere una postilla nella storia del padre). Che è totalmente preso da due pulsioni irrefrenabili. Quella narcisistica per la quale si vede grande, tanto da essere immobilizzato sul letto per anni allo scopo di controllare la crescita da adolescente, e poi tanto grande da non poter vivere in una cittadina di provincia dove ha già conquistato tutti gli onori e la rispettabilità da parte dei suoi concittadini. Edward non solo si considera un grande, ma ha bisogno di mettere in scena quella che i francesi chiamano appunto grandeur, attraverso una meticolosa messa in scena spettacolare di ogni episodio della sua vita. Come Edward mani di forbice, Edward Bloom fa vedere a tutti cosa è capace di fare. L’esibizionismo del protagonista coincide con la serialità delle performance, che si rivelano come prove sempre più difficili da superare, prove allo stesso tempo ingigantite dalla creazione immaginaria, e spettacolari per le caratteristiche strabilianti dei personaggi e dei luoghi messi in scena. Questi elementi ricorrenti del cinema di Burton indicano ancora di più la ragione primaria della sua arte favolistica. L’esorcizzazione della morte o meglio la sua traslazione in un mondo altro fatato, incantato, ancorché vicin(issim)o (eppur visibile, dato che Edward muore "normalmente" su un letto "qualunque" d’un ospedale "qualunque"), l’annientamento formale del trapasso (di grande efficacia psicologica e catartica) attraverso queste pratiche, in ultima analisi, di fantasmizzazione del reale. Soltanto il sogno, la credenza, l’illusione, il viaggio onirico ad occhi aperti negli spazi metafisici, possono salvarci da vedere le cose con gli occhi sterili di Will: sottotono, con infelice sconforto, e perfino lontani anche da un tiepido, melanconico sorriso.

© 2004 reVision, Andrea Caramanna