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Bianco e Nero

1h 43'

Regia: Cristina Comencini



Ci fu un tempo in cui si evadeva per essere invasi. La ricerca dell’altro da sé, per una certa generazione, collimava con la maturazione di un’utopia, spesse volte ideologicamente determinata, poi stemperandosi o nella disillusione o nell’adesione a nuovi dogmi, prima estranei, per acquietare il proprio desiderio di empatia, di affezione, di calore. E lo si faceva, sia chiaro, in nome di principi che riguardavano non solamente il presente del "privato", ma invece il futuro (addirittura) della società, del mondo. "L’illusione del bene" a cui fa riferimento il titolo e la sostanza dell’ultimo, commovente romanzo di Cristina Comencini è quello di una generazione perduta e perdente che fa i conti con la realtà brutalmente trasfigurata dalla Storia di uno dei tanti luoghi dell’utopia (gestiti da sistemi "altri") nei quali, un tempo, si sognava di approdare (e da qui la metafora dell’ossessione elaborata dal protagonista nei confronti dell’ideologia comunista, filtrata dall’occasione di un incontro con una giovane pianista russa, che conduce il viaggio al termine della notte prima a Budapest e poi in una remota cittadina dell’ex URSS).
Nel tempo presente, dove le regole della globalizzazione incontrollata propongono valori ambigui, ben altri timori alimentano i rapporti tra un se indistinto e sempre più sfaldato e gli altri: ora è proprio l’altro ad invaderci, imponendo misure umane a cui rispondiamo da inadeguati cronici, persi nell’alienazione degli agglomerati urbani e in quella degli scoppiati microcosmi familiari. E sempre la Comencini gioca ad alimentare il proprio talento da minimalista illuminata attraverso romanzi acidamente filosofici alla Kundera (come La Bestia nel Cuore poi trasposto sullo schermo) e intensi acquerelli cinematografici che sembrano assecondare una vocazione all’indagine psicologica ereditata dal grande padre Luigi (cineasta straordinario scomparso pochi mesi fa). A pochi mesi dalla pubblicazione per i tipi di Feltrinelli de "L’illusione del bene", ecco dunque Bianco e Nero, affilata commedia per il grande schermo scritta dalla regista insieme alle sue sceneggiatrici di fiducia Giulia Calenda e Maddalena Ravagli. Commedia (poco) all’italiana che trasuda una certa acida ironia da neo–free cinema, non priva di un retrogusto alla Woody Allen che dichiara impudicamente i propri risvolti drammatici. E’ facile, del resto, identificare uno scenario ideale nell’Italia in declino, divisa nelle sue nuove classi tra opulenza edonisticamente e demenzialmente esasperata e degrado da inciviltà incipiente nelle sue periferie sempre più povere. Nessuna "illusione" in questa malinconica dimensione di contrasti interiori e sociali irrisolti forse perché ormai irrisolvibili (e se il "luogo altro", continuamente agognato, fosse quello del Caos?).

Il Bianco e il Nero restano i simboli di un’alterità residua al cui confronto non resta che atteggiarsi, come personaggi di micro–tragedie ridicole. L’Africa che nel film s’identifica nei manifesti dell’associazione umanitaria African Medical and Research Foundation (Amref), nella copertina patinata di un libro, o attraverso i segni di contaminazione culturale della nuova presenza "straniera" nei quartieri ad alta densità d’immigrati, fa ormai parte di una quotidianità foriera di vecchie e nuove problematiche. In questo scenario di sgretolamenti da megalopoli "inadeguata" ai tempi (la Roma capitale dell’urbanesimo selvaggio di marca Veltroni), ben fotografata nei suoi contrasti da Fabio Cianchetti, si muovono Elena (Ambra Angiolini) e il tecnico informatico Carlo (Fabio Volo), coppia pronta a sgretolarsi nel momento in cui a lui capita di subire il fascino di Nadine (Aïssa Maïga), avvenente senegalese che lavora all’ambasciata del suo Paese. Una svolta che imbarazza non poco Elena, mediatrice culturale dell’associazione già citata e devota portatrice dei valori solidaristici duri e puri, trovatasi accanto al consorte di Nadine, l’elegante intellettuale Bertrand (Eriq Ebouaney) anch’egli del Senegal, affabile ed affascinante quanto basta. Galeotto per la neo–coppia d’amanti è una conferenza a cui fa seguito l’occasione di un computer guasto generatrice dell’esplosione passionale, che unisce i loro corpi e cervelli attraverso una forsennata estasi erotica. L’evidenza dell’incontro fatale tra Carlo e Nadine mette così a nudo l’impaccio, ai limiti del grottesco, dei testimoni di questo piccolo giro di vite.
Adua (Anna Bonaiuto) e Alfonso (un accattivante Franco Branciaroli) sono i genitori di Elena: lei macina ostinatamente i propri pregiudizi, lui esibisce con orgoglio le proprie sessiste convinzioni da estimatore della superiorità (in termini di prestazione e prestanza) della femmina africana. Testimoni "normalmente" a disagio sono l’Esmeralda, sorella di Elena, interpretata da Teresa Saponangelo e la Olga, madre di Carlo, alla quale Katia Ricciarelli offre una morbida naturalezza.

La Comencini s’impegna ad evidenziare, con acutezza tutta femminile, i tratti pericolosamente e patologicamente infantili di questo microcosmo sconvolto da un elementare, naturalissimo, amoroso meccanismo di causa–effetto: ne sono simboli la schermaglia di due studenti, uno bianco e uno nero, che si picchiano perché il secondo ha rubato la fidanzata del primo (una lite che avviene all’interno di un’aula scolastica mentre Elena apprende del tradimento del marito); una biondissima Barbie, bambola prediletta dalla figlia di Nadine, rubata e poi restituita da questa alla pargoletta della coppia durante una festa di compleanno nella quale l’integrazione tra piccoli di diverse razze si compie spontaneamente grazie ad un divertito ballo sulle note di motivetti orecchiabili (qui la regista dà il meglio di sé descrivendo il disincanto del mondo infantile, memore della lezione del grande padre Luigi, impareggiabile narratore di disagi adolescenziali); e poi c’è il sito porno dove un collega di Carlo, Dante (Bob Messini), individua le sue prede di colore. Altre notazioni le riscontriamo nelle scene della parruccheria nel quartiere africano dove vediamo la sorella di Nadine infervorata a descrivere i continui tradimenti del marito o in quella nella quale la governante di colore scappa in cucina a sghignazzare durante una riunione della famiglia di Elena in cui si parla dello scandaloso adulterio. Tutto ciò serve ad evidenziare la trasparente circolarità di questo gioco d’affinità elettive che culmina nella separazione delle due originarie coppie protagoniste.
Bianco e Nero, non sottraendosi alla morale "costruttiva" (votata a dimostrare che un amore difficile va vissuto, anche in una società come la nostra, con il dovuto vanto), è comunque l’implacabile, sarcastico racconto di un girare a vuoto. Ad inquietarci rimangono le esitazioni di Carlo, inizialmente impacciato nel rivelare la propria passione, quando chiede alla moglie il perché dell’assenza di amici di colore nella loro vita, o l’emozione dello stesso quando scopre di nascosto le stesse domande fatte specularmente da Nadine nelle pagine del suo diario (memorizzato nel desktop del computer). A stupirci è che il miracolo di un incontro, sincero e appassionato, possa ancora oggi essere descritto con tanta disinibita grazia, la stessa con cui la Comencini fa rivivere la memoria dell’immersione notturna felliniana nella mitica Fontana di Trevi dove Carlo conduce la sua Nadine: segno questo che l’unica "illusione del bene" che ci rimane è proprio quella del cinema.

© 2008 reVision, Francesco Puma