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Rumore Bianco

1h 30'

Regia: Alberto Fasulo



Per chi non lo sapesse, il Tagliamento è quel fiume che attraversa il Friuli Venezia Giulia versando le sue acque nel Mare Adriatico. La sua affascinante storia è legata alle vicende riguardanti una fase della Grande Guerra, quando il settore centrale del fronte coincideva con la parte settentrionale del suo bacino e il resto del corso formava la seconda linea di difesa fino alla foce dell’Isonzo. Dal 27 ottobre al 4 novembre del 1917, lì si consumò quella resistenza che condusse alla ritirata da Caporetto al Piave, ricordata come la Battaglia del Tagliamento il cui novantesimo anniversario è stato commemorato l’anno scorso. Né si può dimenticare che il cinema ha ben sfruttato questo teatro naturale dell’epica bellica attraverso le due riduzioni hollywoodiane di Addio alle Armi, capolavoro narrativo di Ernest Hemingway che, in base alle sue esperienze dirette, volle ambientarlo da quelle parti (il primo film fu di Frank Borzage nel 1932 e l’altro costituì uno dei flop più brucianti per il produttore David O. Selznick che, nel 1957, ne affidò la regia a Charles Vidor); e attraverso il dimenticato ma ai suoi tempi molto visto mélo patriottico Il Caimano del Piave, diretto nel 1950 dall’italiano Giorgio Bianchi.
Tali rilevanti precedenti non sembrano, però, avere influenzato più di tanto l’acuta intenzionalità di Rumore Bianco, prezioso documentario del regista indipendente Alberto Fasulo, presentato in concorso all’ultima edizione del Festival dei Popoli di Firenze. Si tratta di un ispirato ed evocativo viaggio poetico su un luogo naturale che offre tutte le risonanze più suggestive alla rappresentazione della memoria, sospesa tra Storia e Mito. E’ come se il Tempo, nel suo sinuoso ondeggiare tra passato e presente, trovasse il proprio suono naturale e il suo ideale specchio in quel "rumore bianco" che il titolo evoca e che è quello dell’acqua e del suo originario e implacabile scorrere, alimentando e preservando il suo contorno: la Natura che si difende dalle scomposte aggressioni degli uomini e dall’incuria di chi dovrebbe conservarne l’incontaminata dimensione.
Fin dall’incipit, introdotto da una giovane coppia di scienziati svizzeri, a trionfare è la musica degli elementi, lo zampillare e lo scorrere, il formarsi dei disegni concentrici sulla superficie liquida, insomma la mistica del Tagliamento e il suo valore. Un naturale avamposto italico che meriterebbe la qualifica di opera d’arte e che andrebbe salvaguardato in nome e per conto di quella memoria utile a dare senso alla nostra contemporaneità: un paesaggio nevoso, di una limpidezza vivida e abbacinante, terra e sassi a cui le immagini donano parola, elementi che quasi pretendono di essere custoditi e non dimenticati. Così come non merita di finire nell’oblio questo documentario esemplare, non inquinato dalle scorie dei manierismi narrativi dei blockbuster e che deve poter essere visto al di fuori dei confini del Friuli Venezia Giulia, dove fino adesso è stato proiettato.

Rumore Bianco è purissimo cinema della memoria e dell’immanenza, è cinema concreto, dove tutto risulta presente: dai materiali d’archivio alle flagranze del tempo attuale, in parallelismi mai caricati da evidenza simbolica o da ammiccamenti nostalgici. Concreto come il discorso delle due amiche anziane che dialogano sulla morte incalzate dal montaggio d’immagini di guerra in bianco e nero (soldati a cavallo e in marcia che attraversano il fiume), per poi sprofondare nella dimensione rituale della celebrazione di una funzione religiosa umile e dignitosa. Il documento storico appare sempre legato a un personaggio inscritto in una narrazione volutamente non lineare, frammentata, come del resto il percorso del fiume che si ramifica sfociando in più affluenti: procedere per ellissi è di per sé una scelta poetica. E così, per analogia, l’immagine odierna dell’elicottero militare, durante una ripresa dall’alto che mostra l’immensità dello spazio naturale, viene legata al frammento filmato di un aereo della Seconda guerra mondiale che sgancia le sue bombe. Sintetiche sono le allusioni al vivere quotidiano degli umani abitanti del luogo e degli animali che popolano quegli anfratti naturali: due operai intenti al lavoro della diga che restituiscono un pesce al suo elemento naturale; per contrapposizione, l’esercizio di giovani emulatori di bracconieri e gli sminatori alla ricerca di ordigni bellici inesplosi. Storie di solidarietà e di crudeltà che mostrano le ambiguità delle leggi naturali e l’implacabilità dello scorrere delle stagioni che impone fatiche sia ai ragazzi della Bassa che, in estate, travasano l’acqua piovana mantenendo vivo il fiume, sia a una vecchia contadina intenta a spennare un pollo in compagnia di un gatto dal pelo candido come la neve.
Alberto Fasulo conferisce al suo singolare e magnifico poemetto cinematografico le scansioni di un’elegia, utilizzando una trasparante ieraticità a mostrare il percorso che dalla morte (quella minacciosa dell’opera dell’uomo versus la natura mostrata nella prima parte del film) conduce alla vita. Una vita ancora possibile, una salvezza auspicabile che Rumore Bianco celebra ed esalta attraverso l’occhio sapiente del suo autore che scivola sul corpo stesso del paesaggio da raccontare, enucleando dell’umanità gesti e parole evidenziati come preziosi.
E’ la magia del Tagliamento, di un fiume che, come quello di Jean Renoir, sa "fare anima", imponendo le regole ineffabili del tempo che scorre lungo un letto d’acqua da sempre uguale e cangiante in sé stesso.

© 2009 reVision, Francesco Puma