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La Bestia nel Cuore

2h

Regia: Cristina Comencini



In qualche terribile caso capita che ci sia tutto un mondo nascosto tra le pieghe della quotidianità di una famiglia. Un mondo sommerso e infetto, dove i soprusi e l'omertà stratificati nel tempo prendono il sopravvento sulla normalità e vergano, con ferite non rimarginabili, vittime mai più capaci di rapportarsi con la realtà, con gli altri, finanche con se stesse. Il processo della rimozione, infatti, è quello che più di ogni altro salva la mente dalla follia e credere fortemente di non aver mai vissuto una data esperienza può, in qualche caso, creare l'illusione di non averla patita davvero. Ma si tratta di pace effimera perché basta un segno, un avvenimento, un volto per squarciare il velo e portare in superficie tutto quello che si era gettato nell'angolo più remoto della testa.
La Bestia nel Cuore, presentato allo scorso Festival del Cinema di Venezia ed uscito nelle nostre sale con ben 200 copie, rimesta proprio nel cuore torbido e malato della famiglia e ci restituisce un quadro mortificante delle aberrazioni che possono covare tra le pareti presuntamente calde e sicure dell'istituzione cardine delle Carte Fondamentali dei Paesi di mezzo mondo.
Il tema è quello, devastante, della violenza sui minori in ambito domestico, fenomeno certamente più diffuso di quanto non si pensi o non si dica, e viene indagato con misura e, allo stesso tempo, coinvolgimento da Cristina Comencini, una delle figlie del grande Luigi, romanziera e regista apprezzata, qui al suo ottavo film, tratto da un suo omonimo libro e sceneggiato insieme a Francesca Marciano e Giulia Calenda.
E', certamente, servito molto coraggio per attingere al materiale di un racconto scomodo e dissacrante e consegnarlo al grande schermo in modo delicato e rigoroso. La violenza rimossa dalla protagonista non si vede mai ma si sente e si materializza in vividi flash, mentre si assiste al trascinarsi della devastante influenza che certi traumi possono provocare nella vita di un adulto cui è stata sottratta l'infanzia.

Sabina (Giovanna Mezzogiorno) fa la doppiatrice e convive felicemente con un attore relegato alla fiction (Alessio Boni). Quando rimane incinta, però, anziché comunicarlo al suo compagno, decide di raggiungere il fratello Daniele (Luigi Lo Cascio) in America, per cercare, col suo aiuto, di risolvere un tormento persistente che la logora sempre più e che ogni notte anima incubi angosciosi. Scopriremo, così, insieme a lei, che il passato non è mai stato velato da pietosa nebbia per Daniele, come lo è stato per la sorella, e che anche lui, fin da bambino, ha dovuto subire un padre che abusava di entrambi i figli mentre la madre rimaneva complice ed omertosa. Sarà la notte di Capodanno che Daniele spiegherà a Sabina, piangendo, perché non riesce nemmeno ad abbracciare i suoi figli e solo rivivendo, dopo il rifiuto iniziale, la sua drammatica esperienza anche la donna potrà finalmente scacciare i suoi demoni e tornare indietro per condividere la gioia della maternità con l'amato compagno.
Intorno al doloroso e spietato dramma centrale, riescono ad emergere altri personaggi, tutti ottimamente delineati da una regia trasparente e di servizio che elimina ogni filtro fra spettatore e intimità dei caratteri: Emilia (Stefania Rocca), l'amica d'infanzia non vedente di Sabina, da sempre innamorata di lei e da sempre sua memoria e coscienza, e la matura Maria (una Angela Finocchiaro straordinariamente in parte), moglie abbandonata e avvilita, che intrecciano, oltre ogni pregiudizio e perbenismo, una relazione omosessuale felice, libera e sorprendente. E poi il contrappunto ironico del regista di fiction Negri (Giuseppe Battiston), dibattuto fra ambizioni artistiche e più facili successi televisivi.
Ottima, come sempre, Giovanna Mezzogiorno che, per questo ruolo difficile, conquista la Coppa Volpi come miglior attrice protagonista ma perfetto è anche l'intenso e tormentato Alessio Boni, capace di calarsi nei panni "stretti" di un attore irrisolto e frustrato.

© 2005 reVision, Elisa Schianchi