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Best1h 42'
Regia: Mary McGuckian La deriva che descrive il personaggio di Best, calciatore del Manchester United, uno dei cinque migliori
calciatori del mondo nella seconda metà degli Anni Sessanta, è tutta interna non all’uomo, ma al personaggio che fu chiamato ad interpretare
in anni che richiedevano doti particolari, sensibilità al cambiamento, attitudine all’ascolto, capacità di introiettare nuove parole d’ordine,
che significavano soprattutto accettazione delle conquiste della Tecnica, capacità di operare in gruppo, disciplina di partito, all’interno
di un ordine ideologico del mondo.
Tutte doti che il "working class hero" George Best non possedeva in nessun modo, tanto da costituire un’eccezione talmente significativa,
da poter costruire attorno ad essa un richiamo inevitabile per tutti coloro che cercavano in quegli anni nel calcio una sana evasione
da un mondo di certo più piacevole, maggiormente in grado di soddisfare bisogni anche piuttosto sofisticati, ma inevitabilmente poco sensibile
alle ribellioni dell’individuo, al vitalismo di chi continuava a cercare dentro di sé le ragioni di un malessere che doveva essere collettivo
o non esistere affatto.Questo per dire che l’abilità che George Best dimostrava in campo era la base, necessaria e non sufficiente, di un lavoro probabilmente inconscio che aveva a che fare soprattutto con la volontà di reinventare le leggi non scritte della società dello spettacolo, nel tentativo di evitare che la presenza onnipervasiva dei media nella sua vita provocasse non un’intensificazione delle trasgressioni alla portata del suo ruolo, ma l’espropriazione del loro senso riposto, consegnato ad un codice che può prevedere qualunque variante, tranne l’inceppamento dell’ordine produttivo che si è chiamati ad inscenare. Quell’ordine che può produrre ripetizioni mascherate da improvvise aperture di senso e solo di rado, come nel caso in questione, sfaldamento dei confini stabiliti, invasioni di campi semantici ancora da decifrare, creazioni di linguaggi che traducano un disagio reale, non preso a prestito dai cliché che accompagnano inevitabilmente il ruolo che si è chiamati ad interpretare. Intendiamoci, la "swinging London" di Mary McGuckian ha poco a che vedere con quella di Richard Lester e dei Beatles e questo non solo non aiuta il coinvolgimento emotivo dello spettatore, ma dimostra addirittura una scarsa sensibilità ai veri snodi teorici della rappresentazione della Storia sullo schermo, che è sempre la Storia scritta dai vincitori, ovvero da coloro che hanno dimostrato di conoscere meglio la retorica dello spettacolo collettivo, i trucchi, gli effetti speciali dei più abili persuasori occulti. Tuttavia questo non deve impedirci di guardare con simpatia al ritratto vivo e sincero di un perdente nella vita che seppe riscattarsi grazie non solo all’abilità dimostrata sui campi di calcio, dal momento che il vero George Best è ormai quello che perseguitato dalle telecamere di chi intendeva consegnarlo ad un copione facile e un po’ troppo prevedibile, seppe inventarsi un ruolo originale, quello di chi vive il proprio tempo dimostrando di avere qualcosa di più serio da fare al posto di recitare slogan, di inscenare azioni di disturbo contro o a favore di quel grande spot a favore della vita che rischia continuamente di sostituirsi alla vita stessa. © 2002 reVision, Marco Marinelli |
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