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Ho Ammazzato Berlusconi

1h 21'

Regia: Gian Luca Rossi e Daniele Giometto



Che in Italia alberghi lo spirito irriverente della satira è cosa nota, dai tempi del Nobel Fo coi suoi calembour farseschi sul povero Pinelli defenestrato ed i suoi acidi affondi sul Fanfani rapito. La nostra è anche la patria della commedia alla Risi (che Dio l’abbia in gloria) e del surreale umorismo di Fantozzi, geniale invenzione di un mai troppo lodato Paolo Villaggio. Non è forse da quell’Italia della Balena democristiana e della socialista Milano da bere che è nato, crescendo e governando, il cittadino Berlusconi, oggetto di lazzi indefessi, messo alla berlina innumerevoli volte nei cabaret massmediatici come metafora di tutti i mali, mega–ultra–super premier galattico poi fantozzianamente votato dai suoi sudditi come regnante restauratore dell’ordine forte? Prendendo spunto, con sprezzo del pericolo (e della censura bianca), dall’operina letteraria di Andrea Salieri, gli indipendenti Gian Luca Rossi e Daniele Giometto hanno sceneggiato e diretto a quattro mani un low budget di pura fiction intelligente e colto quanto basta, sulla scia di un sottofilone pseudo–documentaristico sulle simboliche morti presidenziali la cui più famosa è quella del detestatissimo Bush. Prodotto con impeto engagé da Caterina Rogani, Ho Ammazzato Berlusconi è un titolo evocativamente esorcistico per i fan della sinistra sconfitta e marginalizzata dall’ennesima vittoria del cummenda che si è fatto premier. Gli italiani, e non solamente quelli di destra, sembrano essersi abituati ai suoi ineffabili sorrisi da politico confidenziale come alle sue zanne da caimano (con buona pace dei sempre più indignati Nanni Moretti, Furio Colombo, Umberto Eco e company). E da qualche parte si adombra l’ipotesi che ci toccherà morire berlusconiani, affogati nel trantran delle nostri crisi private che si proiettano statisticamente lungo il tessuto connettivo di un Belpaese sempre più sfasciato, annoiato, incolto, torbido e pusillanime.

E’ in questo clima, riverberato nel salto temporale all’indietro voluto dagli autori avendo ambientato la loro vicenda nel 2001, che vivono Matteo Luisi (Alberto Bognanni) e sua moglie Livia (Sabrina Paravicini). Quest’ultima, pasionaria impenitente della sinistra che fu (nella loro abitazione campeggiano i manifesti del Che e del Fo), stuzzica il silenzio annichilito del marito arrivandolo ad accusare di aver dato il suo voto al Berlusca, allora come oggi trionfante alle elezioni: lui effettivamente non è più quello di una volta, lei non lo tollera e, uscita di casa dopo il litigio, viene investita dall’ala di un aereo appena precipitato (avvenimento paradossale che ricorda quello, altrettanto infausto, capitato all’abitazione di Donnie Darko nell’omonimo fantasy di culto). L’aura catastroficamente grottesca illumina lo spunto satireggiante di più inquietati toni da film fantapolitico con venature realistiche e qualche suggestione mélo. In una notte buia e tempestosa capita a Matteo d’investire con l’auto e poi di colpire accidentalmente con un cric, avendo tentato di soccorrerlo, un uomo che, una volta a casa, scoprirà essere nientemeno che Berlusconi in persona. Una volta cadavere, l’ingombrante corpo del premier diventa un peso intollerabile per l’uomo travolto dal destino baro che ancora tenta di sfuggire dalla depressione derivata dalla fatale morte della moglie.

Come nel celebre, hitchcockiano Intrigo, la sua verità non viene creduta dagli inquirenti (in questo caso carabinieri) mentre egli apprende dalla tivù che a guidare il governo italiota c’è rimasto un sosia e che qualcuno è disposto a recuperare ciò che rimane del vero Berlusconi offrendo a lui una lauta ricompensa in denaro. Lo scambio, come nella migliore tradizione noir alla "Mistero del Falco", è però gestito da loschi ristoratori cinesi ed inquietanti spacciatori di droga. Il nostro finisce per tenersi l’illustre salma (che ha provveduto a rivestire con una beffarda maglia dell’Inter) seppellendola nel giardino di casa (con tra i denti dei semi d’arancia che, col tempo, fanno fiorire un alberello) mentre s’industria a sbarazzarsi del cadavere di un cinese – oggetto d’equivoco – facendolo transitare illegalmente per un obitorio con la complicità di Gaetano (Andrea Roncato), stralunato medico compiacente. Poi sconvolto dalla nevrosi di persecuzione (ne ha più di un motivo) si barrica tra le proprie domestiche mura, arrivando a scavare un’altra fossa (e non diciamo il perché). Di scavi, il nostro povero Matteo, ne fa tanti sin dall’incipit della sua discesa agli inferi, con flashback depistanti che conferiscono spessore di thriller (stile Il Ladro ancora del maestro di tutti, Hitch) all’ambigua storia un po’ kafkiana del cadavere eccellente dentro casa, maschera di potere che giocoforza siamo tutti costretti ad indossare. Così l’esercizio di virtuosistico ripescaggio della fantasociologia che, in Italia, fu di Petri e di pochi altri, recupera abilmente l’assunto satiresco puntando persino a toni metaforico–poetici (l’alberello berlusconiano che cresce e, nel finale, si raddoppia come segno di un mondo parallelo che potrebbe essere utopisticamente migliore di quello attuale). Tutto questo per indurci ad una progressiva (e progressista?) identificazione col sogno ridicolo (dostoevskijano o fantozziano?) dello sfigato protagonista di questo originale e ben riuscito pastiche, anche noi prigionieri in una dimensione virtuale dove un premier che ha generato tanti replicanti diviene replicante esso stesso, proiezione orwelliana in tv, naturalmente a reti unificate e omologate.

© 2008 reVision, Francesco Puma