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Benzina

1h 30'

Regia: Monica Stambrini



Stazione di benzina, gestita da due ragazze lesbiche. Un giorno, una delle due uccide involontariamente la madre oppressiva (la sempre brava e odiosa Mariella Valentini). Inizia la fuga, tutta in una notte...
L’esordio di Monica Stambrini è prima di tutto un’esercitazione di stile e un tributo al noir statunitense, alle strade perdute fuori orario di Lynch, Coen e Scorsese, oltreché alla coppia lesbica di Bound dei fratelli Wachowski; ma c'è anche un debito esplicito verso uno dei più morbosi melodrami del cinema italiano: La Cicala di Lattuada (le cui eroine, la bruna Clio Goldsmith e la bionda Barbara De Rossi, sono perfettamente replicate in Maya Sansa e Regina Orioli). Il film riesce ad essere interessante per le piccole sincere variazioni che immette in un canone da tempo intasato di topos e schematismi quasi indeformabili. In primo luogo: la precisione nel riprodurre il clima fumato e paranoico del post-discoteca, con quel trio di balordi persecutori che inspiegabilmente scompare e riappare, come al ritmo di una luce intermittente. C’è poi un’attenzione malata (e puramente lynchiana) per la materia, organica e non: zucchero, sangue, benzina, banconote, metallo... Una bella idea di sceneggiatura: la voce della madre (sempre associata ad inquadrature a piombo dall’alto: stilema preso in prestito dal grande Europa di Lars Von Trier) che continua a perseguitare la figlia e a criticarla in ogni suo agire. E da lodare infine il tenero e introverso duo Sansa-Orioli, che anche nelle scene di sesso non perde la sua andatura sotto tono. Ma tra le note negative, spicca purtroppo l’opinabile finale alla Thelma & Louise (film che, chissà perché, continua a raggranellare omaggi e citazioni da ogni angolo del mondo).

Un’ora e mezza gradevole, che però rischia di cadere nel dimenticatoio delle visioni notturne su Italia1. Perché l’approccio del cinema di genere sugli spettatori sarà sempre il risultato di un gioco di squadra, robusta amalgama di talenti e mestieranti (è la forza del cinema USA o di Hong Kong), e i film che gareggiano da soli rischiano di fare ben poca strada... Due, insomma, sono le possibilità perché avventure come Benzina non brucino in una rapida fiammata. La prima (che parte sempre da una solida complicità tra un produttore e una sapiente fattoria di realizzatori) sta nel coraggio di sfornare decine e decine di film di questo tipo, che possano fondare un filone e imporsi sul pubblico popolare (è il caso dell’horror anni ’60 di Bava, Fulci, Margheriti). La seconda possibilità (assai più casuale e meravigliosa) è attendere un nuovo genio formale (Sergio Leone per il western) che uccida il genere di cui si appropria e lo resusciti in qualcosa di mai visto.

© 2002 reVision, Dante Albanesi



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