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The Believer

1h 38'

Regia: Henry Bean



E' la prima volta che l'ebraismo - il suo essere una religione, un insieme di regole comunitarie, un esserci tutt'altro che monolitico e anche una tragedia umana - è affrontato in un film con tale intelligenza e potente capacità d'analisi. Una prospettiva mai considerata, che emerge come evento solitario dal cospicuo numero di film sulla Shoah, dove spesso il senso di colpa per il più raccontato genocidio, quello scientificamente programmato, dello scorso secolo, non permetteva di lasciarsi andare ad altre considerazioni, magari troppo ambigue per esporle senza paura di essere fraintesi. Henry Bean, al suo debutto come regista, ma con una considerevole esperienza di sceneggiatore, è riuscito a superare questo tabù. C'è riuscito per vari motivi, tutti asseriti dal protagonista: la messa in causa dell'immobilità dell'ebreo di fronte all'Olocausto; il prendere in esame quale causa determinante, e non di nuovo conio, per lo sviluppo dell'(auto)isolamento dell'ebreo, la sua originaria vita nomade - e la conseguente secolarizzazione degli israeliani, secondo Danny non più ebrei -; la rivendicazione del libero arbitrio, ossia di una libera analisi delle sacre scritture; la dualità di Danny, persecutore degli ebrei e ebreo egli stesso.

I concetti che Danny (il bravissimo Ryan Gosling) esprime sono impopolari. Lo sono per i suoi correligionari, come per il gruppo neonazista che frequenta. Come rimanere impassibili di fronte ad alcuni aspetti considerati sotto una nuova luce - che vede tra l'altro l'alfa dell'alfabeto ebraico quale svastica in nuce -, ad uno studio così approfondito del credo ebraico contestato da Danny sin da ragazzo, quando polemizza col suo maestro-rabbino sulla rassegnazione di Abramo, cui il terribile dio del Vecchio Testamento chiede di uccidere il figlio Isacco? Da quest'evento epocale per la vita di Danny, prende inizio il distacco dalla sua identità, sino allora incontestabile, per costruirsene un'altra di opposto segno. Da perseguitato in persecutore, appunto. Perché è dalla mancanza di reazione del suo popolo (così generalmente definito, e questo dice molto) che nasce l'eccessiva azione di Danny, la sua violenza, il suo desiderio di annientarsi tentando in tal modo anche di cancellare quelle che considera le forzature della sua cultura. Per l'ebreo-nazista il dio di Abramo è "un'arrogante" dichiaratosi "tutto" nei confronti di un popolo che ha indicato eletto, ma che nei suoi confronti diviene "nulla", originando l'inazione che lascerà mano libera alla storia della sua persecuzione e il demandare ogni cosa alla volontà di dio - addirittura per alcuni Hitler è un ulteriore prova di resistenza -, preoccupandosi di seguire regole 'senza un reale senso'- "è possibile mangiare una torta su cui vi sono delle scritte?" In realtà alcuni ebrei sotto la ferocia nazista divennero partigiani, produssero delle rivolte nei lager, insomma reagirono, ma è pur vero che questo non è raccontato ai più, che per venirne a conoscenza bisogna avere la volontà di cercare nel silenzio cui tali azioni sono cadute.

La dualità di Danny prende forme esterne silenziose, fuggevoli ad occhi poco attenti. Partecipa alla distruzione di una sinagoga, mettendo una bomba sotto il pulpito, e insieme protegge la Torah, giustificando questa sua preoccupazione al gruppo neonazista - inconsapevole di cosa significhi esserlo, svelando (?) la totale deideologizzazione delle bande skinhead - con un breve discorso sulla necessità di conoscere il proprio nemico, per poi salvare e portare con sé il libro sacro. Nell'intimo questa dualità diviene ossessione - da ricordare la scena del saluto nazista accompagnato dalla ripetizione di una frase in ebraico. Il racconto dell'anziano deportato, che vide uccidere il figlio con una baionetta da un sergente nazista e sollevato in aria come trofeo, da incubo personale diviene parte dell'esperienza di Danny, flashback di un orrore trasformatosi in emblema di una tragedia. Le fasi del suo tornare all'identità originaria, sono legate a queste visioni, dove Danny è prima il nazista, poi entrambi, infine l'ebreo, il quale però non assiste impotente ma reagisce. Ecco di nuovo il punto, la violenza cui reagire, la "nullità" che agisce non accettando inerte la propria eliminazione.

Dualità, nemesi storica. Il filo si sviluppa e si dipana con coerenza, senza lasciare nulla in superficie, provocazioni nate da profonde riflessioni spesso in forma di battuta - "l'unico ebreo illuminato e guarda cosa è accaduto", riferendosi ovviamente a Gesù -, riflessioni che partono da lontano per legarsi al presente, come quando Danny provoca un'accesa discussione, durante una preghiera, su cos'è un fascista. Lo è Ariel Sharon nei confronti dei Territori Occupati, conseguenza della nascita di uno Stato che, in quanto tale, può provocare sentimenti di superiorità finanche razziale e stragi come quella di Sabra e Chatila? Il vagare solitario di Danny ci porta all'interno di percorsi tortuosi, in ambienti neonazisti frequentati da insospettabili rappresentanti della borghesia statunitense - e da figlie, Carla l'amante masochista del protagonista, di argentini nazisti -, nelle campagne dove si addestrano le ignoranti 'braccia' della rinnovata macabra ideologia, nella sua vecchia casa dove il padre malato non sembra più preoccuparsi di nulla, né delle regole, né del figlio.
The Believer si conclude con un gesto di apparente redenzione. Danny, dopo aver messo una bomba nel pulpito del luogo di preghiera frequentato dai suoi amici, sceglie di salvare tutti e di rimanere da solo. In fondo compie un suo intento da nazista, uccidere un ebreo. Dopo la deflagrazione Danny inizia a salire le scale della sua vecchia scuola, il passo è veloce. E' preso da un'ansia, da un'urgenza, salire per vedere se il nulla di cui ha sempre parlato esiste. Scompare in una luce. Che tipo di luce? L'eterno, il dio di Abramo, la semplice proiezione di un'esigenza?

© 2002 reVision, Emanuela Liverani





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