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Il Più Bel Giorno Della Mia Vita1h 42'
Regia: Cristina Comencini I sentimenti della vita sono senz’altro lo stimolo più importante nel
cinema di Cristina Comencini. Sentimenti che identificano con intensità
i vari caratteri, i personaggi la cui esistenza appare in modo
inevitabile segnata da una singolare espressione, la manifestazione
particolare del proprio essere. Il film attraverso il disvelamento dei
vari caratteri teorizza la penosa incomunicabilità tra persone. Senza
che questo ci porti a risultati "immaginativi" degni di Bergman.
Dall’altra parte è invero il palesarsi degli intrecci passionali a
tessere i numerosi nodi narrativi. Con il risultato che i personaggi
sono ritratti con una certa finezza psicologica e paradossalmente tale
precisione è minata dalla rigidità rappresentativa che li fa apparire
poco più che macchiette o meglio marionette in balia di un tirannico
burattinaio. La sfilza di personaggi è abbastanza nota nelle varie soap
televisive. Basterebbe citare Un Medico In Famiglia. Laddove ogni
interprete trova facilmente l’espressione confacente al proprio ruolo,
alla maschera. Spicca per stereotipo il personaggio interpretato da
Luigi Lo Cascio: il gay Claudio, con sensi di insofferenza, vergogna, ma
molto più maturo e stabile nei sentimenti rispetto alle due sorelle
"normali" Rita (Sandra Ceccarelli) e Sara (Margherita Buy). Abbiamo poi
la madre Irene (Virna Lisi), le cui parole di comprensione verso la
fedifraga Sara nascondono il suo rifiuto del sesso o la curiosità
morbosa, che la spinge a divorare di notte film a luci rosse. Quando
Irene vede la sua cagnetta di razza Husky accoppiarsi con il bastardo di
un passante, che si rivelerà poi essere l’amante del figlio Claudio,
fuggirà inorridita affermando le differenze tra istinto umano ed istinto
bestiale. I figli delle due sorelle hanno anch’essi i loro problemi
d’identità. Il figlio maschio di Sara teme di somigliare allo zio
omosessuale o forse lo teme perché ne ha paura la madre. Anche le due
sorelle di Rita sono, la più grande in ansia per il primo amore e la
bocciatura, la più piccola Chiara aspetta la prima comunione e rivelerà
presto di essere il punto di vista privilegiato del film, e ancora più
apertamente nell’epilogo quando con la nuova videocamera riprenderà,
cogliendoli in flagrante, i parenti.
La famiglia, insomma, è il luogo
caro della rappresentazione attraverso immagini di soggettiva. Gli
inserti video stabiliscono il primato della coscienza soggettiva,
dell’intima identità rispetto alla storia individuale e la memoria che
alimenta tutti gli elementi della nostra multiforme percezione. La
bambina vede il presente, e costruisce attraverso il suo sguardo
nell’obiettivo della macchina, la percezione del presente proiettandola
nel futuro. Dirà, infatti, con l’infinita tristezza di un bambino che
quelle immagini della festa di prima comunione saranno le ultime in cui
vedrà i genitori insieme, i quali presto si separeranno. Proietta in
definitiva la storia del sé nel futuro secondo le coordinate, gli
elementi che preleva dal presente. La nonna Irene procede all’inverso.
Risucchia immagini dal suo passato, i film girati oltre trent’anni
prima, e così non costruisce più niente per il futuro. Rimugina la sua
storia, e le uniche immagini di presente "televisive", i coiti hardcore,
e non televisive, i coiti animaleschi dei cani, la riportano ad una
mancanza irrecuperabile subita nel passato proprio a causa
dell’insuperabile cecità, la medesima con cui testardamente si rifiuta
di accettare l’omosessualità del figlio, ma anche gli altri attacchi
all’ipocrita perbenismo. Anche l’accusato di tentato omicidio interpretato da Ricky Tognazzi rivede, attraverso il tradimento della moglie, sé stesso nell’amante che fa l’amore con la consorte. Claudio è perseguitato da un incubo, in cui ancora fanciullo guarda in direzione della gran casa familiare dove la luce accesa o spenta forse deciderà il suo futuro. Queste piacevoli derive, approssimazioni e fragilità del cuore sono la parte più interessante del film, nonostante la scrittura dia la sensazione di esser molto controllata o almeno di essere riprodotta il più fedelmente possibile a livello di immagine come se provenisse da una pervicace fonte autobiografica. © 2002 reVision, Andrea Caramanna |
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