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Belfagor

1h 37'

Regia: Jean Paul Salomé



Lo spazio d'azione di Belfagor è il Museo del Louvre, dove i sistemi d'allarme funzionano poco e male e i manufatti egizi scompaiono misteriosamente. Ma ciò è soltanto una fantasiosa parafrasi suggestionata dall'idea di una esperienza che non sa trovare voce né immagine.
Volgendo le spalle alle imperfezioni e alla parzialità del realismo positivista, Belfagor appare una poderosa intuizione che cerca di esprimersi, una visione in uno "specchio oscuro" che rifiuta il "regno dell'inibizione, della ragione, della misura". Qui tutto è dinamismo inconscio, concretezza "estroversa", dove gli impulsi trascendono la realtà immediata e aspirano ad una forma di conoscenza più alta, ad un più alto potere.
Non bisogna confondere il corpo di Lisa (Sophie Marceau) guidato dallo spirito di una mummia che non riesce a fare il viaggio verso l'Aldilà con una forma di possessione. Chi è in grado di dire dove comincia l'affacciarsi oltre il limite che sceglie di accogliere l'opposto e dove inizia lo svuotamento, l'atto involontario che colpisce a morte la propria immagine stabilita, finalmente placata?

Quello che è certo è che in Belfagor tutto è guidato dallo scambio, che attinge di continuo ad una nuova visione per passare oltre. In questo modo mondo reale e mondo immaginario si scambiano di continuo di posto e diventa difficile chiudere definitivamente Belfagor e il suo senso, evitare l'effetto di spaesamento che provocano la velocità, il movimento, la continua creazione di nuovi mondi. Tanto che lo spettatore non ha più tracce preordinate da seguire e l'unico senso possibile diventa quello imposto dalla trasmutazione, dall'immagine che è agilità e inventiva e non più - come in tanti, troppi film "fantastici" - omaggio, citazione, ammiccamento.

Pertanto, anche il fantasma del Louvre, il temibile Belfagor, diventa altro, non è più - come nel primo Belfagor, quello girato nel 1965 da Claude Barma - strumento di spinte aggressive, contenitore di elementi disarmonici, condensazione di un altrove "simbolico".
Nel nuovo Belfagor il paradosso del singolare connubio di suspense e colpi di scena, di feuilleton e di poliziesco moderno diventa espressione di una vitalità inaspettata, che non è possibile tentare di ingabbiare all'interno di un disegno permeato dalla volontà di creare un mondo che offra finalmente la possibilità di parlare di leggi e di connessioni logiche. Mentre la vera e propria ossessione per il caso e per le coincidenze del primo Belfagor, dove la volontà di privilegiare l'indagine del commissario Menardier si precisava nel tentativo di superare la relatività di ogni giudizio di valore, si presenta nei termini di un nuovo punto di vista conoscitivo, inteso come ambiguità rivelatrice, come spazio intermedio, lontano dalle pretese di verità dell'horror psicoanalitico come dal registro completamente illusorio del fantastico più radicale.

© 2001 reVision, Marco Marinelli



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