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Behind Enemy Lines

1h 45'

Regia: John Moore



Guerra in Jugoslavia. Il jet del tenente Burnett (Owen Wilson) viene abbattuto nei cieli della Bosnia: sua “colpa” è aver effettuato alcune riprese che testimoniano la violazione dei trattati da parte delle truppe bosniache. Ora Burnett è un uomo perso in un territorio infernale. Solo il suo ammiraglio Reigart (Gene Hackman) spera ancora di trovarlo vivo…

Vi sono film che richiedono una volontaria sospensione dell’intelligenza e il superamento di durissime prove. Accettare la solita esibizione eroico-roboante delle forze armate statunitensi: superuomini che avanzano al ralenti lungo gigantesche portaerei, tra musiche iperboliche, rombi e fumo di jet in elevazione, uniformi luccicanti, bagliori metallici e furiose ondate dell’Adriatico. Compatire il grande Gene Hackman, costretto – forse per la ventesima volta nella sua carriera – ad indossare una divisa militare (in Bat 21 il ruolo del soldato disperso era il suo). Sopportare l’eroe di turno Burnett mentre attraversa a spron battuto un infinito campo di mine, facendole esplodere una dietro l’altra senza farsi un graffio, mentre tutti gli inseguitori alle sue spalle stramazzano al suolo. Invidiare la sua improbabile buona sorte quando, dopo una breve fuga, trova immediatamente un amico, il quale ovviamente parla inglese alla perfezione, gli offre coca cola ed è un appassionato di rap (come dire: trovarsi a casa propria). Disprezzare l’infida NATO che ordina di abbandonare l’eroe al suo destino, pur di non turbare il processo di pace: decisione spregevole oltre ogni limite, tanto che qualcuno pensa bene di proteggere la sensibilità del pubblico USA, attribuendo tale condotta al comando francese (e chiarendo la nazionalità con inequivocabili sottotitoli). Sorbirsi quindi la delirante battaglia finale, dove un’intera divisione di ribelli serbi, con tanto di carri armati e mitragliatrici, perde clamorosamente contro due elicotteri USA e Burnett aggrappato ad un filo sospeso nel vuoto!

Ma per fortuna ogni guerra ha il suo disfattista, che qui risponde al nome di John Moore, pregevole esordiente che ricorda il cinema energetico di Tony Scott, sia nel soggetto (Top Gun) sia nell’uso del montaggio parallelo (Spy Game), tecnica peraltro ben sfruttata anche in un film analogo come Rapimento e Riscatto. Tra un omaggio al bosniaco No Man’s Land (il soldato che resta immobilizzato sulla mina) e uno sberleffo a Cast Away (Burnett perde in mare il suo pallone e lo saluta gridando “Wilson!”: sottile anticipazione dell’odissea “robinsoniana” che lo attende), Moore regala almeno tre momenti di pura emozione visiva: le stupende coreografie del jet di Burnett e dei due missili che lo braccano, quasi dotati di vita propria; Burnett che crolla sfinito nel bosco ma viene svegliato dalla voce del compagno morto, un attimo prima che il cecchino serbo sia su di lui; Reigart che dalla portaerei segue la corsa di Burnett attraverso l’incredibile foto-ingrandimento di un satellite: la vita umana ridotta a un intrico tremolante, impotente di pixel. Momenti che – paradossalmente – testimoniano l’incorruttibile “resistenza” del cinema: anche il più pesante bombardamento di retorica a tappeto può essere in parte frenato dall’emergere “imprevisto” di un regista, di un’immagine.

© 2002 reVision, Dante Albanesi



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