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American Beauty1h 58'
Regia: Sam Mendes La capacità della cinematografia statunitense di rinnovarsi costantemente, in un processo tutto interno al linguaggio, è ancora un motivo di stupore
per gli europei. Senza dettare decaloghi o manifesti come i colleghi d'oltreoceano, i cineasti americani lavorano sugli stereotipi narrativi e alimentano l'immaginario di una
merce culturale che i mediologi danno per spacciata. La domanda è: in presenza di nuove tecnologie e di nuove forme d'espressione, può esistere ancora un cinema così come lo conosciamo?
Se la risposta di George Lucas, con Episode I, è un "no" secco e risoluto, alla Dreamworks di Spielberg e Katzenberg sono di tutt'altro avviso. American Beauty è il film che rilancia le possibilità di una poetica dell'immagine fotografica (per quanto manipolata o raddoppiata), che celebra il gesto supremo dello sguardo meccanico, con rara lucidità e nessuna nostalgia. American Beauty è la storia di Lester (Kevin Spacey), un perdente consapevole, in una società di perdenti ignari. Quand'egli realizza che le cose della vita possono cambiare di nome e di segno, che il problema esistenziale è anzitutto un problema di interpretazione, ottiene il premio della morte col primo (ed ultimo) autentico sorriso. Partecipare è perdere. L'ha detto uno scrittore siciliano, Gesualdo Bufalino: "In un mondo di arrivisti, preferisco non partire". L'eroe di American Beauty
diventa il pacifico ribelle che ognuno vorrebbe essere; laddove Forrest Gump è un Candido che viaggia nello spazio-tempo del secolo breve determinando silenziosamente la Storia,
Lester è un personaggio non ancora riconciliato, che a braccia conserte e testa sgombra decide di percorrere a ritroso l'autostrada dell'essere-nel-mondo. Indietro, indietro sino al
termine, che è principio; così il tempo filmico circolare asseconda il percorso del protagonista, cominciando dalla fine: la ripresa aerea di una zona residenziale suburbana, status-symbol
dell'americano in carriera. Il quadro si completa coi ruoli attanziali dell'Oppositore (Frank Fitz) e dell'Aiutante (il giovane Ricky) perfettamente bilanciati in un regime di narrazione
forte, con una soluzione finale di inversione (da leggere su vari livelli). La figura dominante è la simmetria: nel rapporto speculare tra il nucleo familiare di Fitz e quello di Lester,
nella concezione assiale di alcune inquadrature significative (la famiglia Fitz davanti al televisore). E' proprio a quest'ordine apparentemente eterno e "naturale" che il personaggio di
Spacey reagisce con veemenza, per incrinarne i presupposti e innescare una crisi (tutto in una dimensione che non oltrepassa l'individuo e il rapporto col Super-Io).
Ricordando Enzensberger, possiamo riconoscere in Lester un "eroe della ritirata": non l'eroe di pietra o di bronzo, non Marco Aurelio o il Gattamelata, icone della conquista e del trionfo. Il filosofo-poeta tedesco nota che "la letteratura si è congedata una volta per sempre da questi personaggi incommensurabili che fin dall'inizio essa stessa aveva contribuito a creare". Insomma l'eroe del nostro tempo non può che ritrarsi, mantenendo una posizione di lateralità e difesa. Chi sono gli "eroi della ritirata"? "Eroi di un genere nuovo che non rappresentano la vittoria... bensì la rinuncia, la demolizione, lo smantellamento." Modelli letterari, Bouvard e Pecuchet, Vladimiro ed Estragone. Così il Lester di American Beauty: "Chi abbandona le proprie posizioni non rinuncia solo oggettivamente allo spazio, ma anche a una parte di se stesso. Un passo simile può riuscire soltanto a una condizione: che individuo e ruolo si separino. L'ethos dell'eroe consiste appunto nella sua ambivalenza". L'eroe del cinema di oggi (ci perdoni Derrida) è un decostruzionista che condivide con il filosofo postmoderno la rinuncia ai Grandi Sistemi. [le citazioni sono tratte dal volume "Zig Zag" di Hans Magnus Enzensberger, Einaudi, 1999] American Beauty, canto alla bellezza dei valori minimi, coinvolge con forza le macchine dello sguardo: telecamere e schermi iperpiatti sono i supporti
indispensabili per le relazioni che si instaurano tra i personaggi (come in Sesso, Bugie e Videotape): la differenza tra il mondo reale e l'immagine digitale è solo un fatto di pixel,
e non di sostanza. In una delle immagini riprese da Ricky con la videocamera, c'è una busta di plastica che il vento muove manifestando l'esistenza del caso, svolgendo la funzione che in
Forrest Gump era svolta dalla famosa piuma svolazzante: come in Zemeckis (e come in Ellroy, dovremmo dire) è la ricerca dell'innocenza a guidare l'azione dei giusti. Ma questo è anche
un film che diluisce l'assunto teorico in una fabula intrisa di ironia ferocissima, sferzante e straordinariamente godibile: guardate Spacey cantare a squarciagola "American Woman" mentre guida
verso casa, finalmente "liberato", o Annette Bening sedotta da un operatore immobiliare di successo, per capire che la struttura ideologica non pesa sulle performance grandiose di questi attori
che duettano con la sicurezza di un cast diretto da Billy Wilder. Certo, chi chiede ad American Beauty una rivoluzione formale che vada di pari passo con le scosse telluriche del racconto,
del progetto ideologico, della recitazione, non comprende la misura della fiducia che regista e produttore ripongono nel cinema classicamente concepito; un approccio, questo, condiviso da alcuni
cineasti americani considerati fra i più (politicamente) trasgressivi (Carpenter, Cronenberg, Ferrara). Per noi è un film importante, orgogliosamente antirealista, che senz'altro mobiliterà i maestri di pensiero e le chiacchiere salottiere; ma soprattutto, fuori dall'impatto mediatico, è una delle cose migliori di una stagione che ha l'onore di chiudere il secolo del cinema. © 1999 reVision, Luca Bandirali |
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