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The Beach

1h 59'

Regia: Danny Boyle



Una sola parola, "la spiaggia" come "il gioco" o eXistenZ, o come Contact. Ma anche Fight Club. Film che rivelano la necessità vitale, impellente, della società contemporanea di rintracciare un Altrove, altri luoghi, o addirittura altre figure/immagini spazio-temporali, virtuali (come il videogame che vede protagonista lo stesso DiCaprio) o meno non ha importanza, perché la percezione allargata, il nuovo sentire (molto new age) è quello che conta.
Il protagonista di The Beach - La Spiaggia, Richard (Leonardo DiCaprio), afferma l'obiettivo della sua esistenza: provare piacere. E su questo provare piacere, Boyle elabora sullo schermo le dimensioni di questo nuovo sentire. Abbozza le coordinate di luoghi già percorsi dall'immaginario cinematografico, che si chiamino Shangri la o laguna blu. Ed in particolare il luogo preferito dalla fantasia per evocare l'ambiente felice (anche in Contact Jodie Foster si ritrovava su una spiaggia davanti ad un mare luminoso e brillante): l'isola deserta, il prototipo della bellezza naturale, spiagge con sabbia finissima, foreste verdissime, laghi dai riflessi cangianti, in poche parole il paradiso e l'armonia.

Il film parte da questa urgenza, tenta la sfida, ma dal basso avvicinandosi ad un orizzonte possibile. Un semplice turista, se sposta il suo sguardo, se oltrepassa pochi limiti (il sangue di serpente è già un passo avanti) può trovare le indicazioni di un luogo magico sperduto, forse soltanto la voce di una delle tante leggende metropolitane. Il turismo di massa ha reso ogni viaggio privo di fascino perché "in ogni albergo del mondo possiamo ritrovare gli stessi identici oggetti che possediamo a casa".

Richard oltrepassa questo limite e si ritrova in una comunità multirazziale governata da una donna, Sal (Tilda Swinton), i cui gesti evocano atmosfere hippies. Questo primo movimento è costruito da Boyle con una forte tensione drammatica che ha il suo climax nell'incontro tra Richard e Daffy (Robert Carlyle), immagini oniriche che ricordano Trainspotting. Oltretutto di mezzo c'è ancora l'esperienza del viaggio/trip con la marijuana. Un doppio cammino che consente al regista di muoversi liberamente (la sceneggiatura a blocchi), di utilizzare registri emotivi diversi incrementando l'ambiguità del racconto. Perché in fondo si tratta di una storia abbastanza banale: una "comitiva" di turisti spregiudicati ha deciso di lasciare la vita stressante della società dei consumi, fuga utopica che dovrebbe liberarli ed iniziarli ad una nuova esistenza. Esperienza esotica ed esoterica considerando la doppia significazione del prefisso eso rispettivamente "fuori" e "dentro". Che si traduce in un primo movimento "esterno" verso la dimensione del nuovo mondo, lo spazio vergine dove ricostruire il proprio vissuto. E inevitabilmente un movimento verso l'interno. La piccola comunità, scoperto il territorio "fuori", deve necessariamente (ri)elaborare la propria interiorità. È qui che incominciano i guai che porteranno alla definitiva crisi.

In un paio di sequenze Boyle è in grado di illuminarci sulle cause della crisi. Il gruppo umano si è solo spostato per rimuovere il dolore, e la morte. Come se volesse continuare all'infinito il divertimento incantato di un club mediterranée o di un parco disneyano a soggetto. Ma a differenza del confortevole villaggio turistico qui il gruppo umano deve conquistarsi veramente la propria libertà. Desiderare gli oggetti della società dei consumi è un sintomo che il viaggio è solo apparente, solo la mistificazione di un'aura spirituale del tutto inesistente.
I due svedesi massacrati dagli squali segnano l'inevitabile deflagrazione. E ci ricordano che le ombre oscure del sangue e della morte non possono essere ignorate a lungo.

© 2000 reVision, Andrea Caramanna