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B.B. & Il Cormorano1h 27'
Regia: Edoardo Gabbriellini Senza l'ossessione morettiana, narcisistica, del mettere in campo il proprio corpo, e neanche di formazione adolescenziale,
o meglio sul passaggio virziano dalla fanciullezza all'età adulta (Ovosodo) con i suoi consueti fantasmi
"sulla crescita", le aspettative e i sogni di vita. Il film di Gabriellini è tutto lì, già nella
scelta pregnante del titolo. "B. B." che è un riferimento a Bugs Bunny, alla fantasia animata del coniglio, col
quale il protagonista Mario s'identifica per la forma degli incisivi spaccati. "B. B." è anche la nota abbreviazione
di Brigitte Bardot, ma questa sarebbe solo una soggettivissima interpretazione di una sigla, che rimane in ogni caso segno ambiguo,
enigmatico. E poi il cormorano, un uccello emblematico della simbiosi con l'acqua, alimentandosi e nidificando presso gli estuari
dei fiumi, le lagune o le coste. Come il protagonista Mario che è intimamente affezionato ai luoghi dove l'acqua ha una
presenza importante. Quei territori tra Livorno e Pisa, ultimo approdo, l'aeroporto internazionale dove è possibile sognare
l'America (che c'è solo in sogno o sulla mappa della subway newyorkese) guardando gli aerei al decollo. Così tra cielo
e terra, anzi acqua, giacché il lavoro di Mario è proprio quello di regolare i flussi idraulici, di liberarli, anche
dalle scorie che possono avvelenarlo. In una scena Mario e Gaia spingono l'acqua nello scarico delle cucine, acqua sporca, terrosa,
che deve procedere lungo la sua via per trovare forse il mare. I paesaggi selvatici e rudi appaiono ostili ad uno sfruttamento commerciale. Il tentativo di offrire a sparuti turisti il sole e il
mandolino italiani è davvero la parabola triste dell'industria dell'intrattenimento (a tutti i costi).
Il film non racconta direttamente, ma si lascia penetrare dallo sguardo in cerca di riferimenti, che non sono mai costituiti da dialoghi o scene "madri". Le parole/silenzi essenziali sono pretesti per rintracciare modi particolari dell'essere. Il vecchio con il furetto, o il burbero e taciturno custode Guido, o il cinico imprenditore sfruttatore delinquente Nevio, oppure il candore maschio di Gaia, la verginità sognante e tenera di Mario, la prorompente sensualità di Gabriella, il frizzante savoir-faire dell'imbroglione zio Piero. Non si tratta di macchiette, ma di sguardi diversi sul mondo, altre idee nello stesso contesto, che si sviluppano liberamente e interagiscono fra loro attraverso un montaggio sorprendente che evita la banalità dei raccordi (narrativi). Gabriellini ha, non solo una sensibilità meravigliosa verso l'ambiente, perché l'occhio della mdp ha sempre la capacità
di una battuta di tempo in più, per osservare (solo) contemplando, ma anche l'abilità di creare personaggi autentici,
perché esprimono il loro modo d'essere nel tempo come il più naturale possibile, ossia come loro caratteristica fondamentale
(senza stereotipi). Potremmo dire solo esseri umani, lontani dai ruoli collettivi che la società appiccica e costretti al lavoro
solo per vivere. Certo la verità/bellezza del film dipende anche da quella forma di allontanamento dall'immaginario tradizionale,
dai luoghi riconoscibili. Un'operazione necessaria che tutto il cinema italiano più interessante sta compiendo, forse senza accorgersene.
Ci si rende conto facilmente quanti punti in comune ci sono con altre recenti trasfigurazioni o ribaltamenti di luoghi. Se Muccino in Ricordati
Di Me trasfigura poco o nulla le immagini più conosciute di Roma, altre opere ci conducono davvero in dimensioni remote. Oltre
a questa periferia livornese, la Napoli di Pater Familias, la Lampedusa di Crialese in Respiro,
il paesino "abruzzese" di Milani ne Il Posto Dell'Anima, la periferia romana di Garrone, la Messina
di Due Amici, e perfino l'Ancona di Moretti ne La Stanza Del Figlio.
© 2003 reVision, Andrea Caramanna |
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