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Basquiat

1h 46'



Julian Schnabel, pittore e non regista, ha fatto veramente un gran bel tenero e piccolo film, sebbene prodotto dalla Miramax che indipendente non è ed orpellato - senza troppi danni però - da alcuni visi troppo noti. Basquiat attrae perchè Una Tantum una consolidata - sarebbe meglio dire sclerotizzata - mega produzione cinematografica USA punta non sulla frenesia delirante tipica del modello rock "giovin baciato da improvvisa quanto immensa fortuna che soccombe all'inceder di essa" che tanti soggetti (e fessi nel reale) ha ispirato sia ad Hollywood che alle Major discografiche, bensì sulla sofferta dacchè assai affettuosa frequentazione del regista col vero protagonista degli eventi qui ricostruiti. Entrambi pittori, entrambi alla mercede dello stesso mostro senza testa dal nome "critica d'arte", entrambi soggetti a tutte le "correnti" della vita quindi, sebbene il primo - cioè il regista, nel film impersonato da Gary Oldman - le affronti con più preparazione, riconoscimenti e forza d'esperienza insomma, ed il secondo purtroppo le subisca totalmente digiuno e spaesato tanto da morirne d'overdose a soli 27 anni.

Ma veniamo alla sinossi : New York primi ottanta, giovine di colore di origine haitiana, dreadlocks, occhl fragili e ispirati con in backup madre in ospedale psichiatrico e padre felicemente - ma evidentemente non per Jean Michel - risposato, preferisce al desco paterno vivere di lavoretti ed espedienti rimediati col suo amico di origine ispanica Benny. Di notte dorme in uno scatolone di cartone a Central park, di giorno, quando non se ne dimentica, suona in un gruppo underground , frequenta con leggerezza le sostanze ma non le peggiori, va sempre in giro sballato per locali e feste - e quindi quale migliore occasione per scorgere un pò di sottobosco underground newyorchese, qui vivace e mai malvagio - verga di sè tutti i muri di Brooklin con motti da lui estemporaneamente inventati alcuni niente affatto banali (sarebbero da raccogliere in un libro, ma probabilmente è già stato fatto) che firma SAMO - probabile acronimo di "Same Old Shit" - e, questo facendo, racimola i soldi vendendo cartoline con su i suoi disegnini infantili - bellissimi, ma evidentemente non è ancora scoccata la sua ora. Nel frattempo s' innamora e riesce a mettersi insieme con la bellissima Gina (Claire Forlani) cameriera pittrice che l'accoglie in casa sua, qualche dissapore e depressione con i suoi primi contatti col mondo dell'arte venduta - meravigliosa la scena in cui fa l'aiuto elettricista in una galleria e gli accadono due cose: viene maltrattato dalla perfida nonchè bellissima padrona che con un "ragazzo spostati" gli permette di farsi notare (per la loro futura amicizia) per la prima volta dall'accidentalmente presente Albert Milo con la sua plateale uscita di scena, ancor prima il dialogo con l'elettricista quarantenne (Willem Dafoe) che Basquiat scopre anch'esso artista scultore e che lo esorta ad avere pazienza e a saper aspettare, dialogo che per la sua placida rassegnazione rende ben esplicito a noi spettatori l'azzardo della vita e l'ineluttabilità del tempo che non perdona e non solo nel mondo dell'arte purtroppo.

Poi improvviso il colpo di fortuna: ad una di queste feste a casa di uno spacciatore (manca la condanna morale del caso ma in film del genere non se la potevano mica permettere) un noto critico d'arte gay (Michael Wincott) nota una delle sue opere lo insegue per stada e gli promette che scriverà su di lui e lo farà diventare una stella. Detto fatto, con l'aiuto di una ricca mecenate gli organizza una prima personale che si rivela un enorme successo, Jean Michel è totalmente preso di contropiede e Jeffrey Wright che lo impersona rende benissimo l'incantato straniamento che lo "sorpassa" continuamente in questo mondo fatto di gente assai più scaltra (e potente) di lui che deve sempre accondiscendere senza saperne troppo i perchè. Alla sua personale riincontra Andy Warhol, che aveva già conosciuto tempo addietro intrufolandosi in un ristorante dove gli aveva venduto alcune sue cartoline. Wharol lo invita spesso a cena e alla fine dopo vari incontri lo soffia al management di Renè che l'aveva scoperto. Nel frattempo gli capita un'estemporanea (avete presente Careless Whisper di George Michael?) con una fan resa ottimamente dalla qui orrida (altro che Larry Flint) Courtney Love che gli fa perdere la sua Gina, quindi Basquiat sempre più solo - e sempre più potente, corteggiato, osteggiato, invidiato, rintronato dalle droghe che ingenuamente prende per sopperire alla pressione della sua immagine derivatagli al successo - si aggrappa all'ultima amicizia rimastagli - Andy Warhol by David Bowie, a nostro modesto avviso reso un pò troppo "vecchia signora" da come realmente era, anche se Bowie ai tempi della Factory Warhol lo doveva aver sicuramente ben conosciuto, parrucca e indumenti originali per la cronaca. Benny suo amico dei primi tempi lo scansa, viene linciato da due sconosciuti che scorge nottetempo rubare una lamiera con sù un suo motto e che lui si accinge a frmare per fargli guadagnare più soldi ma i due non riconoscendolo lo malmenano - ottima metafora del successo che non sei tu, ma il tuo successo stesso, un'intervistatore (Christopher Walken, il "roulettista" de il Cacciatore, qui palesemente fuori ruolo) che con malvagità mette in crisi Jean Michel, insomma, una vita fatta di frenesia e d'insoddisfazioni sorrette dall'eroina che sembra proprio non portarlo a niente. Una delle ultima scene è, dopo aver appreso della morte di "Papà" Wharol, quella della visita a casa del vecchio amico Albert Milo, dove Jean Michel già tossico pesante si accorge con grande sconforto di quanto abbia saputo costruirsi nel medesimo mondo il suo amico - casa meravigliosa, figlioletta sana e intelligentissima - e lui invece no.

Il finale invece è poeticissimo, meglio non svelarlo per non rovinarne il piacere; è una vera e propria boccata d'aria, come tutto questo film d'altronde, sebbene la sucitata cronaca possa far pensare a tutt'altro, e tutto il merito è da ascriversi al suo regista non regista ma pittore Julian Schnabel, (qu supportato fra l'altro anche da una colonna sonora tutta rock maledetto evinta dai veri ascolti di Basquiat) che con ingenuità tutta da lodare s'inventa dei siparietti, dei francobolli (degli insert per intenderci) spesso in bianco e nero tutti freschi e godibilissimi, ottime poi la scelta dei colori e dei set, le facce, le isterie, ottima la resa musica immagine, addirittura si ascolta quasi per intero un Tom Trauber Blues (di Tom Waits) da brividi,.Un film estremamente commovente, per eterni adolescenti oseremmo dire, che pealtro ha l'orginale pregio di ben indicare (senza mostrare imperiose dita) quali siano i pericoli di certe euforie da successo e come quindi si possano salvaguardare l'arte e la propria vita in quei contesti. Anche se il vero Jean Michel Basquiat non ce l'ha fatta purtroppo, e questo film, nonostante alcune scelte commerciali, gli rende buon omaggio spiegandolo a tutto tondo con moltissimo affetto e indulgenza E da parte di un amico è il miglior regalo che noi tutti si possa sperare, perchè ricordiamolo, è comunque un film nato da un'amicizia, e non (troppo) da esigenze di mercato.

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