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Le Invasioni BarbaricheLes Invasions Barbares - 1h 39'
Regia: Denys Arcand Eros e Thanatos sono strettamente connessi nella visione
cinica, senza speranza, austera, grottesca di Denys Arcand. Il declino
dell'impero (americano) non può che procedere quale fenomeno storico, processo
irreversibile degli eventi, passando per le invasioni (barbariche) laddove la
politica, le istanze fondamentali delle società di tutti i tempi coincidono con
i costumi, i desideri, ma soprattutto le variabili caratteristiche del
pensiero. La filosofia di un impero nasconde solo la debolezza di un popolo, la
follia passeggera di un metodo e perché no di un'utopia. Dal libero amore del
sessantotto che tutti i protagonisti professano - e nel declino americano
assistevamo quasi ad una sorta di diaristica descrizione delle esperienze
sessuali - alla vecchiaia, o la fine della vita con tutte le sue concretissime
esigenze. Come se gli ideali scivolassero nelle memorie ed il presente si
aprisse definitivamente alle nuove generazioni dei figli. In effetti, il
confronto tra le due generazioni si scioglie nel compromesso tra ideali e
pragmatismo della vita.Il dato più convincente del film è l'accumulazione di pensiero attraverso i dialoghi fitti dei personaggi. Una sceneggiatura che si fida dell'eccesso, non guarda mai altrove che dentro se stessi. Il desiderio di rivedere, in punto di morte, un paesaggio, ha solo l'obiettivo di aprirsi ad una sensazione soggettiva, interiore, non comunicabile. Così tutto quello che vediamo "fuori", negli "esterni" del film ha una chiave ed una matrice impressionistici. Ed è anche il limite più ingombrante del film; l'inscatolamento in una visione chiusa, borghese rampante o borghese che vuole essere o pensare trasgressivo e si chiede se è stato il narcisismo del pensiero occidentale intellettuale a fare la Storia... Il tentativo di vedere l'Altro, il dentro e il fuori nell'immagine apocalittica delle torri gemelli che crepitano bruciando esistenze, con il commento di un analista che parla solo di vittime ricorrenti e naturali della Storia (altra opinione, altra confutazione possibile di un evento su cui si accanisce sempre il Dubbio). L'evoluzione non riesce a simulare un processo-progresso, piuttosto una verisimile involuzione, il declino immobile che segue all'ipotetica felicità solo sognata (di altri tempi della Storia), al supposto splendore di epoche conosciute solo sui libri, altre civiltà anch'esse in lotta con la perpetuazione, ma poi spazzate dall'erosione dei tempi. Le invasioni barbariche sono il segno tangibile di un cambiamento sempre in corso, di una mutazione inevitabile che passa attraverso la morte dei pupazzi "intelligenti". Personaggi sempre più macchiette, da irridere per la loro grottesca voglia di vivere solo nella carne, senza metafisica, senza fede che nei propri sensi. Remy, in una lezione descritta nel Declino Dell'Impero Americano fa cenno alla demografia, e in particolare alle quantità: la Storia sarebbe solo un discorso di quantità variabili, né più né meno. La mdp di Arcand iscrive i pensieri in una oscurità perenne dell'animo. Nelle beatitudini di gruppo, nelle euforie sessuali dei protagonisti affiora un'infinita tristezza che soltanto la memoria vivida tenta di stemperare, ma non sempre con successo. La fine della vita così è seguita, attimo per attimo, senza i
patetismi dei film su malati terminali, o almeno non sono le sfumature
sentimentali che interessano, ma il grado di autenticità di rappresentazione
dei vissuti, moltiplicati in un caleidoscopio di innumerevoli caratteristiche
umane. Una corsa verso la morte che può essere attenuata, sospesa, nella
brutale violenza della malattia e del dolore, dalla vicinanza contraddittoria
di mogli, amanti, figli, amici. Presenze che costruiscono una possibilità di
rifugio. L'eutanasia si manifesta come semplice espediente antispettacolare, da
somministrare lievemente, per scelta "civile".Senza un'immagine che costruisca lo stupore lontano dai protagonisti, il sentire è affidato alla concatenazione delle storie, alla commedia umana sostenuta da scelte ideologiche (il declino come autoassolvimento). Per questo Le Invasioni Barbariche non riesce a farsi perdonare il pesante fardello di un intrattenimento colto, intelligente, ma sempre inferiore ad un Allen di dieci anni fa. Curioso che il cinema occidentale quando parli delle sue crisi punti il dito verso gli Stati Uniti anche metaforicamente e poi si ritrovi incapace di rappresentare un reale disagio del vivere nella società dei consumi o nella società dove il Denaro è praticamente tutto. Come se l'altro cinema non potesse che costruirsi all'interno di una cifra radicale, di una scommessa visiva e non solo ideologica. La partita di Arcand sembra molto vecchia, datata, proprio per questo motivo: non è giocata mai attraverso un'immagine limite, cinema degli anni duemila come cinema degli anni ottanta; per Arcand nulla è cambiato. © 2003 reVision, Andrea Caramanna |
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