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La Banda

Bikur Hatizmoret - 1h 26'

Regia: Eran Kolirin



Non v’è dubbio che sentiremo ancora parlare di Eran Kolirin, esordiente regista israeliano, classe 1973, già autore di uno script e di un telefilm, adesso detentore del premio "Coup de Coeur" assegnato, al Festival di Cannes dell’anno scorso, dai giurati della sezione "Un Certain Regard" a questo suo La Banda. "In un tempo non molto lontano, una piccola banda musicale della polizia egiziana arrivò in Israele..." – così recita il suo incipit, e subito si coglie l’intenzionalità di mutare un possibile apologo alla Amos Gitai in un’evocativa fiaba alla Italo Calvino. Resta sottinteso ma non eluso il côté metaforico sull’arduo incrocio tra culture in belligerante contrapposizione e sulle concrete possibilità di convergenza impedite dagli annosi eventi di una guerra infinita: potenzialmente la musica è in grado di scavalcare le barriere del tempo e dello spazio, oltre la frontiera murata di un conflitto apparentemente insanabile, creando così un territorio nuovo dove è l’eros a dettare legge stemperando le pulsioni di morte. Ma qui siamo nella zona franca della commedia umana dove i drammi sociali ed economico–politici fanno da lieve contrappunto al tema universale dell’inadeguatezza e dell’innato candore degli artisti. Un "Polvere di stelle" venato di umorismo yiddish, immerso in atmosfere e ritmi che citano il minimalismo straniato ed onirico di Kaurismäki con efficaci svirgolature malinconiche, però mai banalmente esotiche o intellettualisticamente ammiccanti, come in certi insopportabili prodotti d’esportazione destinati ai globalizzati circuiti festivalieri o d’essai.
Ci risulta immediatamente simpatica questa strampalata banda di otto elementi otto della polizia di Alessandria, in impeccabile divisa blu d’ordinanza, arrivata con trolleys e strumenti all’aeroporto di Tel Aviv. Per loro è facile perdersi come tanti Hulot nel caos straniero, non prima di aver consumato il rito della foto di gruppo con tanto di uomo delle pulizie in più immortalato da un improvvido scatto. Niente indicazioni in arabo, ed è persino inutile scomporsi: non resta che attendere gli eventi mentre il bello della banda, Khaled (Saleh Bakri), fanatico di Chet Baker, intona "My funny Valentine" dedicandola ai seducenti, truccati occhioni di un’avvenente addetta aeroportuale. Per raggiungere la meta del previsto concerto etnico a Beit Ha’tikva, cittadina immersa nel deserto dove sono attesi all’inaugurazione di un centro culturale che dovrebbe rappresentarli, ai nostri eroi, sprovvisti di una decentemente comprensibile lingua inglese, non resta che montare a bordo di un autobus che li conduce in una polverosa landa desolata sommersa dal cemento di periferici, asettici palazzoni. Qui avviene, in un bar finalmente ospitale, il decisivo incontro con Dina (interprete è la magnifica Ronit Elkabetz già vista in Matrimonio Tardivo e nel recente Gitai di Alila), donna intelligente e volitiva, proprietaria del posto, non più giovanissima ma ancora seducente, ben capace d’innescare un cortocircuito rivelatorio su cui s’innesta il gioco dei caratteri, animato dal retrogusto di un incuriosito dialogo tra culture che sarebbero pure disposte ad una comunione ideale se non fosse ancora in atto la tragica contesa sulle frontiere. A travalicare ogni comprensibile reticenza provvedono così le umanissime e sempiterne pulsioni.
Presto Khaled entra in rotta con quello che nella banda porta il soprannome di "generale", il burbero e dispotico (con gli altri ma anche con se stesso) capo Tewefiq, impersonato dal grande Sasson Gabai, mattatore israeliano di fama internazionale che ricordiamo in Mai Senza Mia Figlia, Storie di Spie e Rambo III. I due contendenti sono destinati a dividere lo stesso letto dell’appartamento di Dina, nel corso di una lunga notte fatta di movimentati avvenimenti e di estenuanti attese, mentre altri tre del gruppo si ritroveranno a cena ospiti di una famiglia sull’orlo di una crisi di nervi.

Un irresistibile ritmo jazz sostiene l’andatura per movimenti musicali di un film che ostenta una disincantata malinconia alla Keaton nell’incrociare episodi surreali ammantati di un allusività grottesca ben capace di farci riflettere sorridendo. Tutto appare sospeso nella buffa indecisione della banda alla ricerca del suo palcoscenico perduto: ad uno dei suoi membri più frementi non rimane che incrociare lo sguardo di uno dei ragazzi della cittadina che con costanza aspetta, di fronte allo stesso telefono pubblico dal quale dovrebbe arrivare la fatidica chiamata dell’ambasciata degli ospiti, lo squillo della fidanzata. Ad un altro capita di eseguire l’ouverture di un concerto che sta componendo, mentre Khaled si reca, assieme ad un paio di recuperati compari indigeni e a due fanciulle sempre del posto (una di queste affetta da incipiente depressione), in una discoteca le cui elettrizzanti risonanze funzionano a stemperare ogni residua ritrosia razzistica. E’ qui che prende corpo la lezione di seduzione tenuta dall’aitante musicista: spingere il nuovo amico alla conquista della sfuggente ragazzetta dispiegando la ritmica alchimia di micromovimenti fluidi ed avvolgenti. Una jam session per favorire il miracolo di un petting che alla fine si compie: è una magistrale sequenza d’impagabile umorismo, a camera fissa e parafrasando con analitica consapevolezza Jerry Lewis e i suoi maestri. Nel frattempo, l’anziano generale egiziano trascorre la serata con la matura israeliana Dina, per l’occasione agghindata come pretende l’aplomb delle eroine coloratissime di certi mélo anni ’50 dove campeggiano belloni d’Egitto alla Omar Sharif: il tempo trascorre tra confidenze intime, qualche volta persino profondamente dolorose, che favoriscono un emblematico rispecchiamento privo di riserve. L’incontro, in nome e per conto delle resistenti ragioni dell’amore, è dunque sempre possibile. A giacere con la vogliosa padrona del bar sarà però il più giovane Khaled, vincitore della scontata contesa erotica con Tewefiq.
Tra acute divagazioni di costume e caustiche allusioni culturali, La banda utilizza la fissità e il campo lungo dei classici della risata cum grano salis: la stessa caratura surreale, la stessa dialettica tra pieno e vuoto, lo stesso inscrivere geometrico dei personaggi nell’ambiente e nel paesaggio per evidenziare i più ridicoli tra i contrasti. E questo ricorrere all’aspra sottigliezza dell’assurdo quotidiano, questo muoversi agiatamente tra Calvino e Tati, diviene qui cifra poetica che sintetizza, senza mai enfatizzarlo, il valore dell’assunto e (perché no?) della sua implicita morale. Il bravo Kolirin mostra di possedere lo sguardo lungo degli umoristi di razza, uno sguardo nutritosi di cinema allo stato puro, non contaminato dalla volgarità del camp ormai tristemente di moda. La sua banda che vaga nel deserto, quelle buffe figure perdute in un orizzonte periferico trasformato in ombelico del mondo è un’immagine schizzata su una tela robusta. E’ il segno forte di un sorriso a denti stretti, di una catarsi felice che rinnova l’utopia, implicitamente pacifista, di riconciliazioni possibili e mai abbastanza auspicabili: in nome della musica, in nome dell’amore.

© 2008 reVision, Francesco Puma