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I Banchieri Di Dio2h 03'
Regia: Giuseppe Ferrara La natura incerta dei film di Giuseppe Ferrara risiede nel
procedimento di messa in scena cinematografica, finzionale, drammaturgica, che
origina da eventi documentari i quali però esistono solo nei verbali dei
processi giudiziari e quindi hanno bisogno di essere interpretati in immagini.
Il primo disagio riguarda la parziale riproduzione mimetica dei personaggi
"reali". Roberto Calvi naturalmente e,
ancora più noti al pubblico, Giulio Andreotti e papa Carol Woytyla.
Personaggi che figurano una dimensione, accidentalmente, parodica e
caricaturale. Conseguenza inevitabile dell'apparenza mostruosa,
grottesca, quasi carnascialesca e ridanciana è che la tradizionale drammaturgia
è perduta nelle scene freddamente fedeli alla forma di cronaca. I protagonisti
vi appaiono smussati nel lato più umano che è difficile cogliere perché la
sceneggiatura non dà loro il tempo di raccontarsi. Nel caso di Calvi e
Marcinkus il risultato è meno appariscente, per la bravura dei due interpreti:
Omero Antonutti, che sintetizza l'ambivalenza emotiva con una
arguta serie di smorfie, tic, sudori, piccole e grandi nevrosi; Rutger
Hauer, in una eccellente espressione di immobilità beffarda. Ma
gli altri sembrano penalizzati dall'eccessiva frammentazione dei vari episodi, numerosi
flash, nei quali sono obbligati a recitare le battute desunte dai verbali
giudiziari. Tutti i dialoghi, e in particolar modo quelli del
contesto familiare intimo di Calvi, sono forzati e lasciano
trasparire un'immagine della famiglia Calvi davvero surreale. La moglie
di Calvi, Pamela Villoresi, e i figli non riescono ad
esprimere una reazione sincera alle varie situazioni del presidente del Banco
Ambrosiano Veneto, ma solo sentimenti stranianti ed alieni dal contesto.
Questa
parentesi sui criteri di rappresentazione dei personaggi è utile per chiarire
il percorso che va dalle cose (i fatti accaduti, la Storia) alle immagini del
film. Trasporre in prosa significa per Ferrara seguire un metodo di descrizione
romanzesco, e "il romanzo è insomma la vita stessa che si fa letteratura,
secondo un movimento genetico che ripete ancora una volta con
modalità diverse il passaggio ormai noto dalla cosa
all'immagine, o all'apparenza... si tratta di capire che è proprio l'aspetto
parodico a costituire l'elemento religioso del romanzo: perché la parodia
ripete il suo modello mettendolo a distanza, come attraverso un cannocchiale
rovesciato, e in questo modo ne produce un'immagine che è tanto più autonoma,
tanto più carica, quanto più è lontana dal modello stesso; si potrebbe dire che
la parodia è il caso limite del passaggio all'apparenza, e proprio per questo è
il caso limite di una religiosità demonica o immaginale" (Flavio Cuniberto,
Una filosofia dell'apparire. Note su Gianni Carchia e il pensiero antico, in
Estetiche della visione, 6 - 2001, Bulzoni editore). Non è possibile valutare se Ferrara sia consapevole dell'effetto delle sue "caricature". Ma è certo che al di là della seriosa e rigida ricostruzione dei fatti, che ha come obiettivo il saggio denuncia, il dato più rilevante invece consiste nella dimensione di distanza, che nella sua pregnante manifestazione bizzarra fornisce infine elementi per scrutare l'universo umano selvaggio e grottesco, la galleria di maschere marionette, l'assenza disumana di solidarietà e fede, il mondo di demoni, abissi e gironi infernali, potenze ctonie, l'orrenda e insopportabile sembianza del Male Assoluto. © 2002 reVision, Andrea Caramanna |
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