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L'Ultimo Bacio

1h 55'

Regia: Gabriele Muccino



E' una ben triste constatazione, ma film come L'Ultimo Bacio, terza regia per il romano Gabriele Muccino, sembrano essere il solo antidoto all'indifferenza che circonda (giustamente) il nostro cinema e testimoniano l'esistenza di un pubblico che al guardare preferisce il guardarsi, per riconoscersi in raccontini generazionali che risultano, in virtù della omologazione sociale, di facile lettura e di altrettanto facile fattura.
Film come L'Ultimo Bacio partecipano al flusso dei racconti usa-e-getta della televisione, ed esibiscono l'orgoglio (di sordiana memoria) di aver colto un tratto del carattere nazionale, di aver indovinato una macchietta, riprodotto un gergo: come nelle fiction dei marescialli e delle commesse, i personaggi sono serviti da volti intercambiabili e le storie sono complementari, per cui il film di Muccino si relaziona ad un gruppo sociale che non è esattamente quello a cui si relazionava Ovosodo di Virzì, ma lo presuppone.

L'autobiografismo che infesta variamente gli ultimi dieci anni di cinema italiano ha generato una quantità inesauribile di testi (da Marrakesh Express a Radiofreccia passando per Il Grande Blek e Compagni Di Scuola) e un numero esiguo di strenui oppositori; da una parte Moretti - la cui filmografia, dal grido "te lo meriti Alberto Sordi!" fino alla costruzione in abisso del prototipo di film generazionale piagnone in Caro Diario, vale come un'esortazione al pensare per sé - e dall'altra i fratelli Vanzina, che con un getto continuo di instant-movies pervicaci ed osceni hanno offerto un crudo ritratto "dal vero" di queste generazioni che i Salvatores e le Archibugi (e oggi Muccino) hanno preferito riprendere col vestito buono.

Il senso viene schiacciato dal consenso; la ricerca del secondo annulla la produzione del primo, nella misura in cui il testo esaurisce l'orizzonte delle attese dello spettatore. Nessuna eccedenza, nessun punto cieco che possa scompaginare il rapporto fra le parti e rinviare ad una forma autentica di espressione; e allora incontrare il cinema in Italia è un fatto raro, tolti come al solito Bertolucci-Bellocchio-Moretti (e Martone, Bechis, Amelio...). La prima conseguenza di una scelta non critica rispetto al mondo rappresentato è la debolezza espressiva: posto che L'Ultimo Bacio non abbia niente da dire, "come" lo dice? Il film inscena dei conflitti, fra coniugi, fra amici, fra amanti, e riduce alla performance degli attori, per così dire al loro "gesto" (scomposto, fuori misura, sopra le righe), l'essere di un linguaggio che è dunque (come i volti e le vicende) intercambiabile esso stesso: il videoclip, la fiction televisiva, lo spot pubblicitario sono le forme più prossime a quanto si vede ne L'Ultimo Bacio. C'entrano poco o nulla, nell'economia del discorso, Stefano Accorsi e Giovanna Mezzogiorno (sono "bravi"? Certamente sì), c'entra poco - paradossalmente - anche Muccino (è "bravo"? Sì, ha mestiere e sa girare un piano-sequenza): il problema è che manca il cinema.

© 2001 reVision, Luca Bandirali





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