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Baby Boy

2h 09'

Regia: John Singleton



Nel dizionario del cinema afro-americano di Régis Dubois, edito in Francia da Séguier così è definito il giovane regista John Singleton: "Dopo Spike Lee, John Singleton è senza dubbio uno dei cineasti più importanti della nouvelle vague del cinema nero degli anni ottanta". Uno dei film più rappresentativi della nuova onda è proprio quel Boyz'N The Hood, che è il corrispondente afroamericano di quel cinema australiano a cui abbiamo accennato di recente a proposito di Lee Tamahori (prima naturalmente di Nella Morsa Del Ragno). Un cinema che è la cronaca quasi documentaristica dell'esistenza quotidiana di una etnia. Una riflessione che si allarga alla tipologia del carattere dei vari personaggi. Infatti all'inizio il film cita un fantomatico studio (chissà poi se sia davvero esistente) che parla di giovani neri irretiti dalla sindrome di Peter Pan, incapaci di crescere e diventare adulti, che continuano a chiamare le loro amanti "mamma". Potrebbe essere lo spunto per imputare alla razza africana, come conseguenza del complesso edipico, quei sentimenti di aggressività, che sono rappresentati nel film. Ma è sempre la solita storia di giovani disoccupati che finiscono in prigione per piccoli crimini e poi diventano grandi criminali, o che vivono prevalentemente alla larga da responsabilità, e in una delle prime sequenze vediamo infatti la giovane donna protagonista, amante di Jody, Yvette, uscire in lacrime da un ambulatorio dopo l'ennesimo abominevole aborto.

Il dato più pregnante è che Baby Boy si allontana parecchio dal sistema di rappresentazione tradizionale oscillando tra la verve tipica della commedia e quel processo che in Spike Lee portava alla follia finale in grado di virare la storia verso la piena tragedia. Forti similitudini anche stilistiche come certi primi piani parossistici o il montaggio nervoso che utilizza in modo originale i raccordi tra sequenze, anche se non sembra il caso di soffermarsi sulla ricerca di un puro segno di riconoscibilità o perlomeno identità di tutto il cinema afroamericano. Risulta invece rilevante il grado di eccentricità che questi tentativi di cinema producono nel suddetto sistema di rappresentazione dominante. Questi film potrebbero ben apparentarsi con quelli italiani recenti come Tornando A Casa (più neorealista) o meglio ancora, Luna Rossa. Vale a dire costruiscono il senso su un sentimento ambiguo dell'ansia che origina, sgorga impetuosa e spesso si trasforma in reazione incontrollabile. Per esempio, come in Luna Rossa, l'irrazionalità definisce i contorni più netti dei personaggi e in particolare di Jody, i suoi movimenti, le azioni, i concitati dialoghi e perfino i sogni, che si confondono con la cosiddetta realtà. Insomma si tratta di personaggi che tratteggiano universi semantici ricchi, aprendosi a una stimolante multidimensionalità, pur rimanendo in una cifra espressiva misteriosa e inspiegabile. La mummificazione e la stoltezza della maggior parte dei personaggi e delle storie messe in scena dal cinema "commerciale" (dobbiamo usare questa parola) appare sempre più ostinata e cinica. Il cinema della diversità, e Baby Boy è senz'altro un bellissimo esempio, in questo suo coraggioso rigore antispettacolare, è sempre più deviante e deviato, miracolosamente ancora vivo e presente, deciso a lottare e sopravvivere.

© 2001 reVision, Andrea Caramanna



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