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Babel2h 24'
Regia: Alejandro González Iñárritu ... aspetta, non riattaccare, sto per finire le monete. Io capisco che ti sia piaciuto tantissimo, che ti abbia fatto piangere dall’inizio
alla fine. Ma il cinema non si misura con le lacrime... e poi non l’hai capito ormai il trucco? Lui imposta ogni sequenza con un crescendo melodrammatico irresistibile. A
poco a poco lascia che il dolore e la commozione lievitino fino al limite di guardia. Poi, quando sono sul punto di straboccare, azzera i suoni reali, solleva la musica in
primo piano, pone tutte le immagini al ralenti e inserisce solo piani ravvicinati e mossi, il più possibile sfocati... Ah, dici che è il suo "stile"? A me pare più una ricetta.... e comunque, non ti sembra che in tutto ciò manchi qualcosa? Il nostro amico non si ferma dinanzi a nulla: ferite, sangue, cadaveri, sesso... Ma c’è un dettaglio che riesce sempre a tenere fuori campo, con un talento incredibile. Insomma, parla per due ore e mezza di terroristi, armi, attentati, polizia, droga, alcol, disagio giovanile, immigrazione clandestina, squilibri economici e sociali, e tutto questo senza mai nemmeno una volta sfiorare la questione politica. Astuto, vero? Certo, Mr. Iñarritu non dimentica di essere anche lui un immigrato. Si paga il soggiorno con il silenzio, e si gode il prestigio del giovane autore di successo, di cui Washington non deve minimamente preoccuparsi... ah, capisco, la sua è una poetica: "Il trionfo del Caso nel mondo". Bella definizione, complimenti. Come se sfruttamento, povertà, guerra, fame nascano per germinazione spontanea. Sarebbe l’ideale pensarla così, ci libererebbe da ogni problema... ma anche tu sai bene che non c’è Caso senza Causa. Non è per fatalità se a Tokyo ci sono i grattacieli, mentre in Marocco e in Messico solo il deserto... inoltre, ci sono casi e casi. Quelli di Iñarritu ti strappano la tua razione di pianto, ma una volta chiusi i rubinetti lasciano in pace la coscienza. Quelli di Kieslowski, invece, erano un pochino più fastidiosi. Riguardati Film Bianco, per favore. Anzi, riguardati Il Caso. È molto comodo mostrare che tutti i personaggi benestanti sono assolutamente buoni, disposti a subire le piaghe della Storia che gravita loro attorno con una sorta di nobile e malinconica rassegnazione. È molto comodo che le uniche perdite si verifichino solo nel terzo mondo (il bambino ucciso dalla polizia in Marocco) e nel secondo (la governante rimpatriata in Messico), mentre nel primo tutto si risolva per il meglio. Hai sentito come dice la televisione ad un certo punto, quando Cate Blanchett è soccorsa dall’elicottero? "E finalmente l’America ha il suo lieto fine!" ...certo, eccolo lì il cruccio principale di Iñarritu. Dare all’America il suo lieto fine. E mostrarsi degno di Lei. È molto comodo (anzi, direi quasi vile) che il fucile fulcro della storia sia semplicemente "regalato" dal giapponese in vacanza alla guida marocchina, che era davvero "una così brava persona". Dio, che buoni sentimenti! E quale sarebbe la morale in tutto ciò? "Mai elargire fucili ad estranei"? Non ridere, adesso... Guarda che profonda visione della società ci regala il nostro amico: noi ricchi che ci affanniamo a fare doni... e se poi questi beduini li usano così, che colpa ne abbiamo? ...ecco, prova invece a immaginare la stessa trama nelle mani di carogne come Oliver Stone, Ken Loach, Stephen Frears? Vuoi scommettere che il giapponese sarebbe diventato un trafficante d’armi? E ormai, anche nei film più fascistoidi di Steven Seagal c’è qualche battuta contro gli armaioli... Perché questa è la realtà: in Medio Oriente la gente muore per colpa delle armi VENDUTE, non di quelle regalate. ... va bene, ho capito, tu lo chiami "affresco corale". Ma non ti accorgi che ormai è una moda? Prendi un pugno di personaggi, li spargi per il mondo e congiungi i loro destini
con oggetti, frasi, percorsi... Da una decina d’anni ne sfornano un paio a stagione, perché hanno visto che i critici ne parlano bene... sì, hai ragione, Babel è un testo
che "funziona". Stupendi attori. Finirà agli Oscar, come Crash l’anno scorso. Nel fabbricare pietà, Iñarritu e il suo fido sceneggiatore Guillermo
Arriaga sono maledettamente bravi (mai scrittore italiano partorirà una struttura del genere). Ma è un’opera tutta "di testa", un perfetto prodotto da pagina scritta. Troppo
lucido e calcolato per essere un film d’autore.... aspetta, solo un’ultima cosa. Se vuoi mostrare quanto è vario il mondo, devi far vedere anche quanto sono varie le emozioni. Nei girotondi di Ophüls, e poi di Altman, trovavi qualsiasi cosa: comicità, satira, passione, tragedia... In Spike Lee (Summer of Sam o Fa la Cosa Giusta) trovi una vigorosa rabbia da comunità emarginata, che però sa anche auto-analizzarsi e denunciare i vizi che persistono al suo interno. In Magnolia trovi soprattutto il sorriso beffardo, ma anche il desiderio di scoprire la tenerezza infantile che palpita sotto ogni contesto grottesco. I Tenenbaum insegnava come da un gigantesco riciclo di kitsch e citazioni basso/alte si potesse partorire una agrodolce cronaca familiare di valore assoluto. In Traffic trovavi (cosa scandalosa negli USA) un minimo di analisi socio-politica, la ruvida denuncia di una speculazione planetaria. Iñarritu, invece, suona dal primo all’ultimo minuto la stessa corda, l’unica che conosce (o l’unica che gli conviene usare): la compassione. Più che un affresco, un "piagnisteo corale". Non si possono compiangere dei personaggi per due ore e mezza, non è umanamente-cinematograficamente possibile. Forse per te sì, ma io proprio non ci riesco. E guarda caso, proprio ora ho finito le monete. © 2006 reVision, Dante Albanesi |
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