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Harry Potter e il Prigioniero di AzkabanHarry Potter and the Prisoner of Azkaban - 2h 21'
Regia: Alfonso Cuaron Piccoli maghi crescono. Dalla corte di J. K. Rowlings, la regina dei romanzi per ragazzi divenuta,
in pochi anni, una delle donne più ricche e famose del Regno Unito, Harry Potter torna ad incantare il pubblico delle sale cinematografiche
di tutto il mondo, spazzando via colossal e blockbuster rivali e piazzandosi, con tronfia arroganza, al vertice dei box office internazionali.Coraggiosa e vincente la scelta di affidare il timone dell’operazione, dopo il successo dei due pur non esaltanti precedenti capitoli della saga firmati da Chris Columbus, veterano del genere Mamma Ho Perso l’Aereo, ad un regista anticonvenzionale come Alfonso Cuaron (Y Tu Mama Tambien) che affranca, finalmente, il lucroso filone dall’etichetta infamante di pura operazione di marketing. Sino ad oggi, infatti, il riscontro degli spettatori era dipeso ben poco dalle scelte e dall’estro registico, legato com’era all’enorme cassa di risonanza del modello letterario alla base del progetto e si era accontentato di una confezione scintillante, ricca di effetti speciali, ambientazioni gotiche e di un cast all-star guidato da glorie come Richard Harris, Maggie Smith, Julie Christie e Alan Rickman. Il terzo episodio della serie, invece, sradica completamente gli schemi fatti propri dalle prime due pellicole e, discostandosi dalla regia di servizio di Columbus che, eccedendo in verbosità e didascalia, rischiava di scadere nel soporifero, riduce la spiegazione dell’intreccio al nodo essenziale, tralasciando particolari e rivoli narrativi d’ingombro alla dinamica della storia e mostrando solo ciò che è indispensabile per capire o anche solo intuire. L'Harry Potter del regista messicano è più reale, meno legato alla fantasia e, soprattutto, non è più un bambino. La maturazione del protagonista è, infatti, uno degli elementi principali della pellicola che inizia ad accompagnare il giovane eroe alla maturità attraverso la vittoria su una nuova nemesi, non più l’innominato “Tu Sai Chi”, ma la paura stessa di cambiare e risultare inadeguato impersonata dagli orribili “Dissennatori”. Per citare lo stesso Cuaron: "Harry che, all’inizio, giocava di nascosto con la bacchetta, tentando di emulare il padre, ora è cresciuto e riesce davvero a sprigionare il suo potere. Il suo non è altro che il percorso della normale maturazione di qualsiasi adolescente". Questa volta, il ritorno di Harry e dei suoi amici Ron ed Hermione alla scuola di magia di Hogwarts è minacciato dall’ombra di Sirius
Black, un famigerato assassino appena evaso dall’inespugnabile prigione di Azkaban, in ricerca di vendetta. Ma la trama, all’inizio
molto lineare, ben presto si complica, innescando colpi di scena piuttosto frenetici in cui nulla è come sembra, e Cuaron costruisce
qualcosa di più personale dell’ossequiosa riproduzione della lettera del romanzo della Rowlings, lasciando spazio ad un’ambientazione
nuova e più ariosa, prevalentemente in esterni, ed a costumi più ordinari che creano un’atmosfera carica di maggiore umanità rispetto
al modello originale. Anche il lavoro sui personaggi è accurato e profondo così come lo stile registico è più vivace che in precedenza,
impreziosito da tocchi eleganti, divertenti trovate visive e grande padronanza dei tempi narrativi.Quanto al cast, azzeccata risulta la scelta di Gary Oldman per il ruolo del pazzo Black, del cameo di Emma Thompson (che si dice abbia accettato la parte per la felicità della nipotina), di David Thewils come professor Lupin e di Michael Gambon per raccogliere l’eredità del compianto Richard Harris nelle vesti del preside Silente, così come la conferma in blocco dei giovani interpreti, sempre più in parte (soprattutto la bravissima Emma Watson). C’è da dire che le numerose e consapevoli le omissioni operate rispetto al plot del romanzo, dettate sia dalla politica di fedeltà solo “spirituale” alla saga che dall’esigenza di limitare la durata del film (che già così supera le due ore) hanno fatto storcere il naso a più di un fan del bestseller ma, nell’epoca de Il Signore degli Anelli, questo è un problema attuale e comune a tutte le produzioni che hanno origine da libri di successo. E, mentre per il futuro la Warner sembra intenzionata ad assicurare il mantenimento della marcia annuale fino al completamento dei sette capitoli previsti dalla Rowlings (sempre che l’autrice riesca a tenere il ritmo "sfornando" i due restanti libri nei prossimi tre anni), ci si domanda come Mike Newell, scelto come regista di “Harry Potter e il Calice di Fuoco”, saprà personalizzare gli interessanti spunti narrativi gettati, in nuce, ne Il Prigioniero di Azkaban. © 2004 reVision, Elisa Schianchi |
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