Copertina | News | Forum | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | Links



La recensione dal 55° Festival de Cannes
di Elisa Schianchi clicca qui!


L'Avversario

L'Adversaire - 2h 09'

Regia: Nicole Garcia



L'Avversario è uno dei film più crudeli della stagione. Inattaccabile perché mostra con incessante cinismo l'impotenza di fronte alle oscurità insondabili della mente umana. Non è dato conoscere quei meccanismi psicologici che diventano poi effetti tragici. L'uccisione a freddo di una intera famiglia scuote non per la violenza del gesto (non ci sono scene truculente), ma solo ad immaginarla e, ancora di più nell'esecuzione a catena, che davvero appare assurda. Come può Jean Marc, dopo che ha ucciso la moglie uccidere prima la figlia poi il figlio e recarsi dai genitori per trucidarli? Dove trova la forza di compiere in successione quei terribili gesti? Le immagini stesse arretrano di fronte a tale follia. Mentre ci mostrano direttamente gli eventi, nulla ci dicono dei sentimenti di Jean Marc, bloccati in una impenetrabile immobilità espressiva. La sua forza è addirittura superiore a quella degli aguzzini nazisti che uccidevano in massa gli ebrei col gas. Il delitto in famiglia non è, come nell'opera di Chabrol, un atto dovuto alla falsità sostanziale e al logoramento delle relazioni familiari. Qui i rapporti tra verità e menzogna sono totalmente "gestiti" da un solo personaggio: Jean Marc, capace di perpetuare una falsa apparenza, di organizzarla nel tempo attraverso mille astuzie, in una salda naturalezza che nessuno è in grado di scalfire.

Proprio a questo livello il film si blocca di fronte ad un'insuperabile prova: quella di visualizzare un'espressione nel volto di Jean Marc/Daniel Auteil. L'attore si affida troppo a se stesso, alla sua nota capacità di essere l'uomo triste che pensa troppo, parla poco, ispirare simpatia per la sua insuperabile timidezza. Non possiamo però accontentarci di tali espressioni poiché non verosimili di fronte ad una complessità psicologica che può essere immaginata solo attraverso un'esperienza diretta (e anche in questo caso probabilmente si rimarrebbe basiti). Il film cerca poi di confermare l'insufficienza di prove da parte dei parenti ed amici, la insospettabilità radicale di Jean Marc, mentre la successione di indizi dovrebbe rompere drasticamente ogni rapporto di fiducia. Naturalmente i momenti della scoperta qui aggiungono drammaticità agli eventi che si svolgeranno. Non si tratta di piccole rivelazioni, Jean Marc ha nascosto la sua "identità" per molti anni. È malato, ha bisogno di cure, e nessuno si rende conto di quella voragine vicina, o forse è troppo tardi come in tutte le tragedie.

Sono stati fatti numerosi paralleli con il film di Laurent Cantet, L'Emploi Du Temps (A Tempo Pieno) ispirandosi entrambe le opere alla medesima vicenda reale di Jean-Claude Romand. Questo confronto non ha molto senso, perché il personaggio di Jean Marc ha un suo particolare livello di comunicazione con gli altri. Lo si vede bene quando durante la riunione per votare la cacciata del preside, si schiera a favore nonostante non ne sia d'accordo (tanto che si lascia sfuggire la sua opinione con la moglie). Jean Marc non è in grado di affrontare le possibilità dell'esistenza, ripiega su se stesso arruffando risposte che ingenuamente considera strumenti per costruire un futuro. Nel film di Cantet, invece, la scelta di fingere era del tutto consapevole. Solo che la sua attuazione si caricava di innumerevoli momenti di disagio, le astuzie del protagonista Vincent erano facilmente sventate, lo stratagemma era solo per evitare la vergogna di aver perso il lavoro. La situazione difficile era vissuta come temporanea in vista di una risoluzione, ma le difficoltà successive finiscono col figurare un quadro surreale sempre più complesso, tra cui la questione principale, un impiego del tempo nuovo, diverso (da qui il senso politico del film di Cantet), da quello "normalmente" organizzato dal sistema e che qui ritroviamo solo come abituale e distorta disposizione di Jean Marc, con tutte quelle ore d'ufficio trascorse in auto a leggere giornali e divorare biscotti.

© 2003 reVision, Andrea Caramanna