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Autoreverse

Ni Pour, Ni Contre (Bien Au Contraire) - 1h 41'

Regia: Cedric Klapisch



Cedric Klapisch è senz’altro un regista in grado di "agitare" lo sguardo entro lo spazio angusto dei luoghi comuni. Il cinema di genere prescinde raramente da alcune fondamentali codificazioni. L’idea del colpo, della gran rapina, dell’ultima possibilità per vivere il resto della vita in "beata ricchezza", è l’immaginario ricorrente di un filone noto e ricco di sfumature (da The Killing fino a Il Colpo, La Rapina, ma l’elenco è davvero infinito). Klapisch in Autoreverse, anche se occorre un riferimento diretto al più pregnante titolo originale francese, Ni Pour, Ni Contre (Bien Au Contraire), sintonizza i suoi personaggi su un regime di finzione/tensione ambigua tra estremi e posizioni che alimenta la messa in scena. Nella prima parte c’introduciamo nella dimensione favolosa dell’avventura, nell’evento straordinario, fuori delle regole, dall’innegabile bellezza, dal fascino perverso d’infrazione della normale quotidianità, di slancio irresistibile verso una vita al di sopra di tutte le mediocrità dove il disprezzo si esprime nelle forme più varie, come pisciare su un arredo del Grand’Hotel. Anche l’organizzazione della rapina di solito consiste in un’eccezionale preparazione e calcolo dei dettagli opposta paradossalmente ad un piano esposto su un foglio di carta disegnato in modo grossolano spruzzando colorate salse. Ben più acutamente, la seconda parte disegna tutta la disillusione dal sogno impossibile di grandezza. Purtroppo i momenti più significativi del film sono brevi: nella bottega tra odori e fumi di kebab, tra fornelli spruzzanti olio, con la consapevolezza che quella è una vita di costrizioni e sacrifici, ma forse l’unica vita possibile. Tutta la drammaticità e la malinconia dello sguardo di Klapisch si espande in poche "battute" di qualche sequenza, come quella citata. Mentre tutto il resto ha la flagranza di un sogno ondivago, laddove l’unica aspettativa è quella di vivere in una trance lontana dalla freddezza cinica della realtà.

Autoreverse non ha ambizioni spettacolari, anzi è consapevole che tutte le forme di spettacolo coincidono con i pensieri intimi predatori. Con l’avvelenamento, la trasfigurazione dei punti di riferimento caratteriali, unici presupposti per spostare la capacità di azione e reazione individuale. In questo senso cartina di tornasole è la protagonista femminile Caty, il cui orizzonte si sposta lievemente, ma in modo incessante, verso altri spazi mentali. Klapisch, insomma, continua un percorso già iniziato con le commedie Ognuno Cerca Il Suo Gatto e L’Appartamento Spagnolo. Pur sembrando poche, a prima vista, le assonanze, concretamente ci troviamo negli stessi territori desideranti: una ricerca di autorealizzazione "spirituale" attraverso un viaggio più o meno "pericoloso" e azzardato verso un Altrove, che di volta in volta può essere un paese straniero, il microcosmo sconosciuto di un quartiere, oppure un’altra vita completamente antitetica alla normalità opprimente della maggioranza.
La mdp fissa spesso l’immagine all’interno di varie soggettive. Una qualità intrinseca del cinema di Klapisch, che in questo modo riesce a trasmettere con totale intensità le emozioni prevalenti e le sfaccettature di tanti personaggi. Una coralità che è la somma straordinaria di individualità opposte, ma che attrae verso un’idea utopica di gruppo, come del resto si evince dalla solitudine vinta da Katy e dall’appartamento spagnolo in cui si tenta di organizzare spazi collettivi mantenendo le divisioni "territoriali" individuali (anche quella dei posti nel frigorifero). Ma Klapisch infine sembra diffidente ad un’idea di comunità "felice". Il singolo è per natura troppo rapace e pronto a crescere, evolvere verso la prevaricazione del suo "simile".

© 2004 reVision, Andrea Caramanna